La dignità dei contribuenti

Di “dignità", nel decreto legge appena approvato dal governo, ce n’è ben poca. Perlomeno per i contribuenti. Il provvedimento fortemente voluto dal ministro Luigi Di Maio doveva contenere una serie di norme in materia fiscale che, semplificando e eliminando alcuni strumenti di accertamento presuntivo, avrebbero dovuto appunto restituire dignità ai contribuenti.

Nel patto di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini si erano trovati d’accordo nella necessità di «intervenire per l’abolizione dello spesometro e del redditometro, strumenti anacronistici e vessatori di rilevazione del reddito. Si trattava di una priorità di azione non solo per Salvini, che risponde ancora in buona parte a un elettorato fatto di piccoli e micro imprenditori nel Nord del Paese, ma anche per Di Maio. Il quale aveva ribadito il concetto fino all’insediamento da ministro. “Parliamo di semplificazione e si fanno leggi che però complicano ancora di più”, aveva detto solo un mese fa annunciando l’abolizione dello spesometro, del redditometro, degli studi di settore e dello split payment.

Il paradosso non è tanto che nel decreto, sotto la rubrica “semplificazioni in materia fiscale”, non vi sia traccia di queste abolizioni. Sappiamo che una volta al governo non c’è alcun contratto o promessa elettorale che possa essere preso alla lettera. Il paradosso è che questi strumenti sono trattati con quell’armamentario di cattiva regolazione da cui fino a ieri questa maggioranza e i suoi principali esponenti prendevano le distanze.

Per il redditometro, l’unica novità è che il decreto ministeriale che specifica gli indicatori di reddito deve essere d’ora in poi oggetto di consultazione non vincolante con l’Istat e le associazioni dei consumatori. Altro che abolizione, altro che semplificazione! Per lo spesometro, lungi dal farlo scomparire, si prevede solo una proroga per l’invio delle prossime comunicazioni. Ma le proroghe non erano quel brutto vizio dei governi del passato che non fa che accrescere l'incertezza?

Infine, lo split payment viene eliminato solo parzialmente, per le prestazioni rese alla Pubblica amministrazione dai professionisti, sempre che, in sede di conversione, non abbiano la meglio i duri calcoli della ragioneria dello Stato, come trapela dalla stampa. È molto dubbio che la dignità dei lavoratori possa essere rinvigorita da una serie di pesanti limiti alla libertà contrattuale, ma è certo che quella dei contribuenti viene calpestata dall’idea che si possa promettere qualsiasi cosa sapendo già che si tratta di impraticabili promesse, per un governo che non ha la minima intenzione di ridurre spesa e interventi pubblici. Un “cambiamento” molto conservatore.

(*) Editoriale tratto dall’Istituto Bruno Leoni