Salvini inciampa nella mucca in corridoio

Sembrava che per il governo fosse cosa fatta. Invece, tutto è tornato in alto mare. La rappresentazione della difficoltà a mettere in sintonia due universi distanti, quali obiettivamente sono i Cinque Stelle e la Lega, è stata plasticamente resa dalle facce dei due leader che si sono avvicendati ai microfoni dei giornalisti dopo l’incontro con il capo della Stato. Sorriso forzato, desideroso di trasmettere ottimismo senza però riuscirci quello di Luigi Di Maio. Volto contratto, parole taglienti e gravi per Matteo Salvini. Eppure, entrambi avevano fatto sapere che nella giornata di ieri si sarebbero recati al Quirinale perché tutto era pronto per il varo del nuovo Esecutivo. Cosa è successo?

Benché la politica ci abbia abituato a riconoscere una dose di schizofrenia nei politici, resta arduo comprendere le opposte letture degli eventi date dai due protagonisti a distanza di qualche minuto l’uno dall’altro. Certo, in assenza di una conoscenza diretta dei fatti ogni ipotesi è legittima. È stato un problema di nomi? Può darsi. Ma, a dare ascolto a Salvini, sarebbe stata questione di contenuti. All’improvviso i leghisti si sarebbero resi conto di non poter mantenere gli impegni presi con gli italiani, tanta la distanza con la piattaforma programmatica dei Cinque Stelle. Su immigrazione, giustizia, infrastrutture, sicurezza è stato una dialogo tra sordi. D’altro canto, è comprensibile che sia complicatissimo ridurre a comun denominatore la posizione di chi, in materia di giustizia, sostiene l’esigenza di favorire la brevità dei processi con le tesi di coloro che puntano a dilatare all’inverosimile i termini di prescrizione dei reati. Non si tratta di punti di vista differenti, ma di approcci antropologici al tipo di società a cui si aspira che rendono inconciliabili Lega e Cinque Stelle.

Tuttavia, se lo si volesse il rimedio ci sarebbe: posto che non si può essere d’accordo su tutto, su ciò che divide si può decidere di non decidere. La variabile del fattore tempo dovrebbe essere maggiormente considerata dai negoziatori. Non è detto che in futuro non si possa trovare quella soluzione che al momento appare impraticabile. Altro potrebbe aver determinato il ribaltamento della scena tra la dichiarazione di Luigi Di Maio e quella di Matteo Salvini. L’unico evento che si è verificato in quel ristrettissimo arco temporale è stato l’incontro della delegazione leghista con il Presidente della Repubblica. È, dunque, in quel contesto che va ricercata la verità dello stop all’accordo. È lecito supporre che Salvini abbia ricevuto alcuni no dal presidente della Repubblica che lo abbiano indispettito, o peggio, gli abbiano aperto gli occhi sul vicolo cieco nel quale si era andato a infilare accettando di negoziare con i Cinque Stelle la nuova maggioranza di governo. Il sospetto è suffragato dallo stesso Salvini quando ha ribadito che sull’immigrazione e sul rapporto con le istituzioni dell’Unione europea la Lega deve avere mani libere. Che tradotto significa: libertà d’azione nelle politiche di contrasto all’immigrazione, nello stop all’accoglienza indiscriminata dei clandestini e ampio mandato per chiedere a Bruxelles di riscrivere i Trattati europei, almeno nella parte che penalizzano oltre misura gli interessi italiani. Se Mattarella gli ha comunicato che, su questo terreno, non intende seguirlo è legittimo per Salvini chiedersi: che ci vado a fare con i Cinque Stelle? Se è questa la causa dell’improvvisa frenata alla trattativa si rifletta seriamente sul ruolo del Quirinale nel subordinare l’autonomia del governo ad esigenze e attese che non sono le medesime del popolo elettore. Possa piacere o meno, gli italiani il 4 marzo hanno dato segno di volere riequilibrare i rapporti tra le istituzioni nazionali e quelle comunitarie. È comprensibile che l’ostilità verso la Ue per come, da alcuni anni, consideri i governi del nostro Paese non faccia piacere a quell’establishment “europeista” al quale le cose vanno bene così come sono e non desidera affatto che vengano messe in discussione.

Ora, l’attuale capo dello Stato a chi intende prestare ascolto? Del suo predecessore non avevamo alcun dubbio su come la pensasse. Ma lui, Mattarella, da che parte sta? Non è che la questione sia irrilevante. Se, per ipotesi, ieri Salvini si fosse beccato un fermo niet alla candidatura a Ministro dell’Interno perché la sua linea sugli immigrati non è gradita ai piani alti di Bruxelles, sarebbe lecito supporre che il medesimo rifiuto l’avrebbe ricevuto anche se al “Colle” ci fosse salito con tutto il centrodestra per proporre un governo diverso e distante da quello che è in ballo ora. Se ne ricava che, qualsiasi sia la volontà espressa nelle urne dagli italiani, alla fine della fiera si fa sempre e comunque ciò che decidono altri che non sono soggetti legittimati a interferire in una corretta dinamica democratica interna alle istituzioni nazionali. Se così fosse, prima di mettere mano alla scrittura di programmi più o meno ambiziosi, dovrebbe l’intera comunità raccogliersi intorno ad un simbolico tavolo per provare a capire chi è comanda in Italia. E la prima domanda da porsi sarebbe: è accettabile che i massimi vertici istituzionali prendano ordini da qualcun altro, anche a dispetto della volontà del popolo sovrano? Anticipiamo la risposta: no, non lo è.