Attenti a prendere sottogamba i grillini

Il governo Cinque Stelle-Lega comincia a prendere forma. Il programma che le due forze contraenti il patto di governo hanno stilato non si discosterebbe molto da quello che ha unito la coalizione del centrodestra alle ultime elezioni.

A lume di naso, si direbbe che i Cinque Stelle abbiano fatto molta più strada nella conversione di quanto ne abbia fatta la Lega. Il che pone un serio interrogativo sulla natura del grillismo. Da tempo è in corso un ameno dibattito sul tema: “Il Movimento è di destra o di sinistra?”, che equivale a domandarsi quale sia il sesso degli angeli.

La principale caratteristica del Cinque Stelle è di avere accuratamente evitato qualsiasi forma di radicamento nell’alveo di una tradizione ideale e politica specifica. Ciò gli ha consentito due opportunità: fungere da collettore di voti provenienti da tutte le aree del panorama partitico e manovrare sul proprio posizionamento tattico con grande agilità e cinismo. Dopo gli anni nei quali ha interpretato il ruolo di forza anti-sistema, il partito a guida Di Maio, che è cosa altra rispetto a quello degli esordi ispirato direttamente dal suo padre-padrone Beppe Grillo, tende ad assumere la connotazione di forza neo-centrista, sulla falsariga del paradigma impersonato, nella Prima Repubblica, dalla Democrazia Cristiana. Lo “Scudocrociato” reggeva al suo interno la spinta dinamica della presenze di più “anime” fortemente differenziate tra loro. Dalla corrente dossettiana, alla “Lega democratica” ispirata da Pietro Scoppola, Ermanno Gorrieri e Achille Ardigò all’intransigenza conservatrice di Antonio Segni e Mario Scelba, passando per il punto di equilibrio del doroteismo che è stato il vero depositario del significato del moderatismo come prassi alta della politica: era comunque Democrazia Cristiana, che teneva insieme gli opposti. I Cinque Stelle vorrebbero replicarne il modello rendendo compatibile al proprio interno la coesistenza di visioni pauperiste e terzomondiste con quelle sovraniste e liberiste.

Ma c’è una condizione che rende la copia un palese falso rispetto all’originale. La Dc si riconosceva in una sorta di dogma che garantiva la sostenibilità di tutti i contrasti interni: l’unità dei cattolici in politica. Qual è, invece, il postulato dal quale discenderebbe la compattezza pur nella pluralità di visioni dei Cinque Stelle? Francamente, non è chiaro. Di certo non può essere il richiamo all’onestà nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Perché esso, al più, è un requisito soggettivo pre-politico, non un fine dell’azione partitica. Tuttavia, il dubbio che la vocazione neo-centrista dei Cinque Stelle sia una finzione del momento o una prospettiva strategica non inficia lo stato di cose che vede nel processo di mutamento dello scenario una pericolosa appropriazione indebita di spazio politico. E ciò riguarderebbe da vicino il destino di Forza Italia.

Di là dalle grandi doti personali del suo leader, Silvio Berlusconi, l’esperienza del movimento d’ispirazione liberale ha avuto fortuna in quest’ultimo quarto di secolo perché il sisma causato da Tangentopoli aveva distrutto il corpo planetario principale costituito dalla Dc e, con esso, la sua forza gravitazionale. L’esaurimento dell’attrazione centripeta esercitata dalla Dc rispetto anche al pensiero liberale ha consentito che se ne sprigionassero pienamente le potenzialità di presa sulla società, prontamente captate mediante la formula della “discesa in campo” del Cavaliere. Tale riassetto di piani orbitali in proiezione di un sistema ordinato al bipolarismo e alla democrazia dell’alternanza, ha inibito la ricostituzione di un’area di centro che si interponesse tra la destra e la sinistra. Così è stato fino allo scorso 4 marzo.

Oggi si palesa una realtà che prova ad appropriarsi, non importa se in ragione di una pretesa legittima o di un’impostura, di quello spazio che è stato in passato occupato dal grande corpo democristiano. Qual è il rischio? Che il governo che sta per sorgere non sia la rottura del centrodestra ma la sua trasfigurazione sulla base di una mutazione genetica sostitutiva nella sua componente principale. In soldoni, potremmo trovarci al cospetto di una combinazione che continua ad avere nella Lega la sua ala radicale, identitaria, oltranzista e, al posto di Forza Italia, a garantire il bilanciamento moderato dell’asse di governo i Cinque Stelle. Un esempio. Sulla questione delle alleanze internazionali, alla fuga in avanti pro-Putin di Salvini ha fatto da contraltare la dichiarazione di fede nell’atlantismo di Luigi Di Maio, con la conseguenza che il presidente Mattarella chiederà al giovane grillino e non al capo leghista di farsi garante dei trattati sottoscritti nel passato dai precedenti governi.

Per impedire che il disegno volto alla surroga di un attore politico riconoscibile con un sembiante abbia successo, Forza Italia non ha che una sola strada da percorrere: dismettere ogni atteggiamento snobistico nei confronti del grillismo e puntare a colpire il cuore della sua strategia cercando di far esplodere le contraddizioni tra le sue diverse anime che, al momento, restano latenti ma che sono attive e agiscono sotto la superficie a renderne instabile l’opera di riposizionamento. C’è ancora spazio perché il corpo Cinque Stelle imploda divaricando la parte protestataria, zapatista e di sinistra da quella moderata, conservatrice e di destra, almeno fino a quando l’aspirazione neo-centrista resti fattore fenomenico e non strutturale della cifra identitaria del “Movimento”. Agli esponenti di Forza Italia tutto occorre fuorché restare alla finestra a godersi lo spettacolo. Peggio ancora se in compagnia di qualcuno che dispensi al pubblico secchielli colmi di pop-corn.