Le bombe in Siria e la fiera delle vanità in Italia

Sembrerà cinico ma: “Grazie Siria!”. Occorreva il riaccendersi delle tensioni in quella martoriata terra per rinfrescarci la memoria su un po’ di cose qui da noi.

La prima è che l’Italia non è l’ombelico del mondo. La seconda è che la politica nostrana è tutta o quasi affetta da provincialismo cronico. La terza è che, dopo gli anni dei governi del centrosinistra, il Paese si è autocondannato all’irrilevanza sulla scena internazionale. La rappresaglia messa in atto dalla coalizione formata da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna contro il regime siriano formalmente è stata giustificata dall’accusa a Bashar al-Assad di aver fatto uso di armi chimiche contro i nemici interni. Non sappiamo se ciò sia vero perché mancano prove certe dell’utilizzo dei gas mortali.

Nei rapporti tra gli Stati il Diritto vale poco, non funziona l’ombrello garantista del ragionevole dubbio: quando si vuole menare qualcuno qualsiasi pretesto è buono. Poi ad acconciare la Storia nel modo opportuno ci pensano i vincitori a cose fatte. È sempre stato così, dai tempi delle Guerre del Peloponneso. E anche prima. Ciò che rileva di quest’ultima semina di bombe sui cieli notturni della Siria è il format dei castigatori: lo stesso visto all’opera in Libia all’epoca dell’eliminazione dell’indigesto Gheddafi. In teoria il trio sarebbe il nostro alleato di punta. Ma per un bizzarro modo d’intendere l’amicizia tra nazioni sorelle finisce che tocca all’Italia pagare il conto e raccogliere i cocci di ciò che i “difensori dell’Occidente” hanno allegramente mandato in pezzi. Che razza di patto è quello che conferisce il potere della decisione ad uno solo dei contraenti riservando all’altro il dovere di accodarsi senza discutere? Sarebbe un argomento da andare a porre ai diretti interessati a casa loro: alla Casa Bianca, all’Eliseo, al numero 10 di Downing Street, se solo avessimo a Palazzo Chigi e alla Farnesina dei personaggi in grado di farlo. Cioè, se avessimo un Governo nel pieno delle sue funzioni. Invece, a quasi 50 giorni dal voto stiamo a guardare, con la medesima compassata distanza di uno spettatore di Wimbledon, la pallina rimbalzare da una parte all’altra della rete. Sebbene lo sia per il gioco tennis, per la quotidianità della gente comune non è affatto un bello spettacolo. Stare dietro agli avventurismi dei Cinque Stelle o all’immobilismo sornione del Partito Democratico non lascia intravedere niente di buono all’orizzonte.

Ora che la pentola del quadrante mediterraneo e del Vicino Oriente si sta surriscaldando occorrerebbe avere in piedi non un governo qualsiasi ma un esecutivo autorevole, capace di interloquire con gli alleati. Invece, encefalogramma piatto dalla politica se non fosse per l’unico lampo che prova a squarciare la coltre di mediocrità di queste giornate uggiose: la lettera che Silvio Berlusconi ha inviato domenica al direttore del Corriere della Sera. Si può essere d’accordo o meno sul contenuto ma non si può negarne lo spessore. Finalmente qualcuno che sa di ciò di cui parla. Berlusconi va dritto al punto: il rapporto con la Federazione russa di Vladimir Putin. Il non detto della rappresaglia anti-Assad è che, nelle intenzioni del trio d’attacco, il messaggio recapitato dai missili era indirizzato non al satrapo siriano ma al suo protettore moscovita.

L’odierna crisi ruota intorno ai rapporti di forza tra l’Occidente e la Russia. Il loro riequilibrio passa per un’alternativa inconciliabile: la via impervia della collaborazione costruttiva o il comodo ritorno al clima di scontro dei tempi della Guerra Fredda. Stando ai comportamenti concludenti di Usa, Francia e Gran Bretagna sembra che non vi siano dubbi sul secondo corno del dilemma. Tuttavia, non significa che abbiano comunque e sempre ragione. E anche i doverosi obblighi di solidarietà verso gli alleati ai quali l’Italia non può e non deve sottrarsi non devono tradursi in cieca obbedienza. Berlusconi, nella sua lettera, si fa carico di esprimere una posizione ragionevole della quale si dovrebbe tenere giusto conto. Nella sua ottica, la Russia deve essere inquadrata come un partner strategico e non come un avversario.

Ciò che si legge tra le righe è che per l’Italia la via della collaborazione con Mosca sposerebbe pienamente l’interesse nazionale. Posizione pragmatica, sebbene fuori asse rispetto all’ortodossia del muro-contro-muro, che non è di oggi ma risale agli anni Sessanta del Novecento quando il mondo era diviso in due e l’Italia era saldamente schierata col Patto Atlantico mentre dall’altra parte della Cortina di ferro c’era il feroce comunismo dell’Unione Sovietica. Anche nei momenti più bui Roma non ha smesso di dialogare con il Cremlino. Bisognerebbe spiegarlo ai nostri alleati. Ma chi se ne fa carico? Dove sono i campioni nostrani della nuova politica? Se ci sono, per il momento non li si è visti in circolazione. Sono forse i Cinque Stelle i migliori ai quali affidare il timone della nazione? Quando sapranno mettere nero su bianco una proposta di politica estera che abbia la dignità di un’adeguata visione del ruolo dell’Italia nel futuro degli scenari internazionali come ha dimostrato di saper fare benissimo il vecchio leone di Arcore allora ne riparleremo. Forse.