Se Berlusconi è in campo, chi perde e chi vince?

Molto si discute della “raccomandazione” dettata ai giornalisti da Silvio Berlusconi dopo l’incontro dei leader del centrodestra con il Presidente della Repubblica. Il vecchio leone di Arcore, pur avendo lasciato a Matteo Salvini il compito di leggere il comunicato congiunto delle coalizione a seguito delle consultazioni al Quirinale con il Presidente della Repubblica, non ha mancato di assestare la zampata finale. Cos’ha detto di così eclatante da mandare in tilt il circo mediatico? In soldoni: cari giornalisti, sappiate fare la differenza tra chi è veramente democratico e chi non lo è. Era palese che ce l’avesse con i Cinque Stelle. Ma perché ha fatto tanto rumore la sua battuta? I maligni l’hanno letta come la bomba fatta scoppiare tra le gambe del sodale Salvini il quale non fa mistero di volere a tutti i costi l’accordo di governo con i grillini. Lodevole proposito se, però, non si pensi di coltivarlo a spese di Forza Italia e del suo leader.

Il sospetto è che la Lega sia tentata dall’infantilismo politico di Luigi Di Maio che vorrebbe andare a Palazzo Chigi con i voti berlusconiani mantenendo però il veto su Forza Italia nella compagine governativa, in costanza del  giudizio diffamatorio sulla persona del leader azzurro al quale i grillini non intendono rinunciare. Oggettivamente, la pretesa appare quanto meno velleitaria. Chi si presterebbe a tale bizzarro sinallagma: voti in cambio d’insulti? La battuta del vecchio leader azzurro piazzata in coda alla dichiarazione unitaria del centrodestra è servita a rimettere le cose a posto con tutti: amici e nemici. Lo si è visto subito.

La delegazione grillina, infatti, si è resa protagonista di un piccolo giallo quirinalizio. Di Maio e i due capigruppo alla Camera e al Senato dei Cinque Stelle avrebbero dovuto trattenersi a colloquio con Mattarella il tempo programmato dal protocollo della Presidenza della Repubblica. Invece, trascorrevano i minuti ma la porta che dà accesso alla Loggia d’Onore, dove le delegazioni dei partiti incontrano i giornalisti, tardava ad aprirsi. Cos’era accaduto? Fonti interne al Quirinale confermavano che l’incontro con Mattarella non aveva avuto alcun prolungamento imprevisto. Allora dov’erano finiti i grillini? In sala d’aspetto a ripensare la dichiarazione da fornire ai media. Segno che l’uno-due piazzato dal centrodestra, pochi istanti prima, con il documento unitario che di fatto chiudeva i giochi sul possibile tandem Lega-Cinque Stelle e la battuta tombale di Berlusconi sul grado di democraticità dei grillini, ha mandato in confusione la delegazione pentastellata. Ma davvero pensavano che sarebbe stato tanto facile liberarsi di Berlusconi?

Non hanno compreso, i giovani grillini, che l’aver posto il veto sulla presenza nella maggioranza di governo di Forza Italia ha regalato a Berlusconi una nuova centralità. Per usare una metafora bersaniana: questa volta la mucca di Arcore nel corridoio ce l’hanno portata loro in spalla. Quel sorprendente autogoal segnato a freddo da Alessandro Di Battista, a proposito di Berlusconi-male-assoluto, non poteva rendere migliore servizio alla causa dell’indispensabilità di Forza Italia per qualsiasi soluzione condivisa in fatto di governo. Sembrerebbe tanto autolesionista il comportamento grillino da ingenerare il sospetto che non sia frutto di sola inesperienza nell’esercizio della negoziazione politica. Che vi sia dell’altro a covare sotto la cenere. Qualcosa che ha a che fare col celebrato monolitismo del “Movimento”. In passato si è discusso della doppia anima grillina: quella movimentista-ortodossa, rappresentata da Alessandro Di Battista e da Roberto Fico, e quella governativa, simil-democristiana, di Luigi Di Maio. Tuttavia, si premetteva a postulato di ogni analisi la capacità del “Movimento” di trovare sempre e comunque sintesi unitarie perché, all’esterno, agli occhi della pubblica opinione il “Cinque Stelle” si rappresentasse come un unico blocco inscalfibile. Ma sembrerebbe che non sia così. Almeno, non più.

Non è che la sparata antiberlusconiana di Alessandro Di Battista sia stata un siluro diretto contro il sodale Di Maio per impedirgli di condurre in porto l’accordo di governo con la Lega o, peggio ancora, con l’intero centrodestra? Gli ortodossi grillini temono che se davvero Di Maio fosse portato a Palazzo Chigi sulle ali di un patto anche con Forza Italia, qualcosa o tutto nel “Movimento” cambierebbe. A cominciare dalle regole, soprattutto quelle più ideologiche come la storia dell’incandidabilità dopo due mandati parlamentari espletati. Evidentemente al Di Maio-Cincinnato, che dopo aver fatto per una legislatura il presidente del Consiglio se ne torna, ancora giovanissimo, a coltivare l’orticello in quel di Pomigliano d’Arco sua terra natale, nessuno crede. In assenza di un’uscita di scena volontaria dell’odierno capo politico dei grillini il beau geste di Alessandro Di Battista di chiamarsi fuori dalla politica per un giro in vista di un ritorno sugli scudi nella prossima legislatura sarebbe del tutto vanificato. Il tribuno in scooter, il giorno della resurrezione, troverebbe ad accoglierlo non più il suo “Movimento” dell’uno-vale-uno e dei “Vaffa” del caro, vecchio Beppe ma un partito integrato nelle meccaniche del potere, di tendenza moderata, in stile “Forza Luigi”.

Allora qualcuno tra i reduci dei “Meetup” si sarà detto: meglio sopprimere il neonato nella culla prima che abbia il tempo di crescere e diventare un pericolo per la purezza del Movimento delle origini. Non è forse questa la vera partita che si sta giocando in queste ore: un derby in casa grillina? Come si dice, a pensar male si fa peccato ma...