Di Maio nella rete dei gattopardi

Non è vero che i primi a saltare sul carro dei vincitori grillini siano stati Vincenzo Boccia e Sergio Marchionne. I più lesti, pronti e decisi sono stati gli intellettuali organici a se stessi presenti nei media che contano, quelli che sono stati egemoni quando la sinistra comunista era egemone, sono rimasti egemoni quando la sinistra comunista per restare egemone si è convertita al globalismo democratico politicamente corretto e che ora, per non perdere la loro centralità capace di assicurare egemonia, hanno bruciato tutti nella corsa al salto sul carrozzone vincente del Movimento Cinque Stelle.

Sbaglia di grosso chi pensa che la palma del più veloce spetti ad Eugenio Scalfari che dall’alto dell’età e del ruolo di princeps del giornalismo radical chic ha battezzato il grillismo come nuova sinistra. Scalfari ha solo dato voce a un fenomeno di massa scattato la sera stessa dei risultati elettorali e costituito dal coro unanime con cui tutti gli esponenti dell’intellettualismo politicamente corretto hanno incominciato a sostenere che le sorti progressive del Paese si possono realizzare solo attraverso la piena e completa adesione del Partito Democratico al programma di governo di Luigi Di Maio, il leader grillino che ai loro occhi sembra essere apparso come la reincarnazione congiunta di Gramsci, Lenin e della Madonna Addolorata (in omaggio, ovviamente, a Papa Francesco).

Nessuno di loro, ovviamente, crede sul serio a quello che dice. D’altro canto sarebbe un po’ difficile sostenere che Gianluigi Paragone è il nuovo Filippo Turati e che Emilio Carelli è il novello Palmiro Togliatti. Ma, pur non credendolo, lo dicono con forza e vigore nel tentativo di perpetuare anche nell’epoca grillesca il loro ruolo di casta privilegiata tramandato da generazione in generazione per tutto il secondo dopoguerra italiano.

Il loro progetto è semplice. Perpetuarsi all’infinito occupando il vuoto intellettuale del mondo grillino. Povero Di Maio, finito nella rete dei gattopardi paraculi!