Erano venti, erano giovani e forti

Non sappiamo come sia andato a finire l’incontro Mdp-Pisapia, né dove si svolga posto che l’ex sindaco di Milano avrebbe suggerito in caso di folla curiosa mediatica in via Zanardelli, un dirottamento “in un luogo più tranquillo”. E che si tratti di un incontro al vertice gauchista dove però la cima deve essere gestita al plurale, lo apprendiamo da una brillante cronaca del Corriere della Sera che scrive, appunto, di un summit che definire maxi è ovvio, trattandosi di una riunione al cui tavolo devono prendere posto nientepopodimeno che 20 partecipanti del cosiddetto campo progressista (Articolo 1-Mdp) fra cui, alla rinfusa, spiccano i nomi di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema, Bruno Tabacci, Marco Furfaro, Nico Stumpo, Alfredo D’Attorre, Franco Monaco, Luigi Manconi...

Erano venti, erano giovani e forti verrebbe da dire parodiando l’antica poesia risorgimentale, e ciò non tanto per sminuire le personalità politiche presenti di cui abbiamo il massimo rispetto, quanto, invece, per sottolineare che l’antica massima saragattiana sulla sinistra italiana che “quanto più ne vuole l’unità tanto più si scinde in cento pezzi”, è sempre d’attualità. Naturalmente gli scopi del summit sono alti, altissimi, e i propositi più che nobili, né più né meno che la convocazione di “un grande momento di partecipazione democratica dal basso” preparatorio di un nuovo centrosinistra.

E dopo un’estate a dir poco torrida anche e soprattutto dentro il simbolico microcosmo di una certa gauche specializzata in veti incrociati, veleni per gli avversari interni ed esterni, incontri dapprima cancellati e poi cancellati, in una sorta di gioco infantile (nel senso dell’infanzia sinistrorsa) a rimpiattino che ha le inconfondibili sembianze e ricadute del gioco al massacro. Il motivo del cupio scissionis è politico, staremmo per dire ideologico, nella misura in cui i vari soggetti cercano di organizzarsi unitariamente intorno a una prospettiva, in questo caso un centrosinistra di nuovissimo conio, proponendone soluzioni alternative, molto distanti l’una dall’altra, addirittura avversarie, e quasi sempre con un esito completamente opposto alla necessaria “reductio ad unum”, infischiandosi, chi più chi meno, della volenterosa mediazione di Giuliano Pisapia. Con il commento ispirato dalla scafata cattiveria dalemiana, dall’inequivocabile significato ultimativo per lo stesso mediatore: “Noi andremo avanti lo stesso come treni. Se Pisapia c’è, bene, se non c’è ne faremo a meno”.

Così sistemata la mediazione, almeno a parole, ma i fatti siamo certi ne saranno conseguenti, si conferma ancora una volta che non soltanto la storia si ripete, ma, come in questa vicenda, finisce con l’assumere aspetti e cadenze degne del teatro dell’assurdo, con punte che a volte sfidano la sublime, insuperabile comicità di Totò col suo memorabile “Siamo uomini o caporali”. Del resto, tutto sta nelle premesse per dir così ideologiche, nella misura con la quale viene esplicitato un esito degno di una sinistra che più a sinistra non si può per una svolta di centrosinistra di nuovissimo conio con un partito unico di centrosinistra, appunto, ma irrevocabilmente alternativo al Pd a guida renziana.

Come sia percorribile un percorso per costruire una svolta del genere con Paolo Gentiloni governante e sostanzialmente stabile prescindendo anche dal Pd nel suo complesso, sembra praticabile in un mondo onirico, in una dimensione cara ai surrealisti, e ai sognatori. Se non fosse che è proprio nell’essenza del “D’Alema pensiero” - nonostante lo schermo del suo visibilmente annoiato propositore - che ne scoviamo il più vero fomite derivante a sua volta da un’inesausta sete di vendetta, da un disegno unico, da un obiettivo imprescindibile: l’eliminazione di Renzi. Tutto il resto è noia.