L’inadeguatezza al potere diventa (non) politica

Bene ha fatto il nostro giornale, nella sua bella festa versiliana in occasione del suo 170esimo compleanno, ad invitare i sindaci delle città terremotate, ascoltando e confrontando su ruolo, capacità, esigenze, competenze, impegni e risultati delle città che loro guidano, dopo i danni del sisma e alla luce delle emergenze di questi giorni: dalla tremenda siccità trimestrale ai violenti nubifragi dell’ultima settimana. E sarebbe fin troppo facile polemizzare oggi, dopo le brutte figure a Roma e Livorno, dei grillini ai governi cittadini, le loro quasi mai divertenti e solo distruttive pesantezze di giudizi a chi comandava prima gli stesi centri urbani nelle stesse situazioni emergenziali di questi giorni. Il gioco delle ripicche è bello fin che dura poco, benché accompagnatore di intime soddisfazioni le quali, in fin de la fiera come si dice a Milano, durano lo spazio di un mattino e, soprattutto, non servono alla politica, quella vera, e a farla.

Non si può comunque dire lo stesso degli interessati pentastellati se è vero, come è vero, che pure col freno a mano sui grevi attacchi di prima non cessano di insistere sulla distruttività propositiva come nel caso di Luigi Di Maio che l’altro giorno, al fianco della sindaca Chiara Appendino (pure lei non un genio al governo di Torino) ha ufficializzato come decisione prioritaria in caso di sua elevazione all’altare di Palazzo Chigi, il no alla Tav. Non un’offerta costruttiva a proposito di rimedi alla deindustrializzazione o alle esigenze specifiche delle periferie di una metropoli o alle necessità di interventi intelligenti in previsione di grandi assembramenti, ma un no secco, peraltro di stampo del loro “Capoccione”, a un’opera strutturale di utilità nazionale e internazionale. Il che non è che ci lasci sbalorditi, intendiamoci, ma consente di giudicare il prosieguo dell’impostazione grillina sempre e ancora in nome e per conto dei no, dei veti, della delegittimazione altrui, della decostruttività sullo sfondo di un “non agire” che coincide con una “non politica” frutto di un’inadeguatezza e un’impreparazione celate dietro la maschera del facile ricorso alle accuse contro chi c’era prima.

Governare stanca, si sa. Ma non governare le città è peggio. Non tanto o non soltanto perché una mattina di pioggia riesca a mettere al tappeto la nostra Capitale o perché una giornata segnalata dall’allarme arancione allaghi, devasti e faccia strage in una Livorno peraltro non ignara di analoghi eventi, ma soprattutto perché la vittoria in questi centri cittadini e l’impressionante crescita in tutto il Paese dei consensi a Beppe Grillo nel decennio del vaffa-day - simbolo dell’odio antipolitica fatto passare dai media come impostazione moderata (capirai, il vaffanculo moderato!) - nascono e crescono esclusivamente sull’assalto all’arma bianca, non indirizzato a colpire responsabili e indicare rimedi, ma ai partiti tutti, alla politica tout court, al significato più vero e profondo della partecipazione alla cosa pubblica precipitata nella dimensione di un giustizialismo assolutista con la gogna come rimedio e il cappio erga omnes, nel no alle vaccinazioni, all’Euro, alle banche, alle classi dirigenti, al centrodestra e al centrosinistra, uguali e identici nella corruzione e nell’impunità e così via.

Certo, il decennio del “vaffa” suggerisce l’aiutino nel suo successo di una parte del coro mediatico. Ed è così e soltanto così che l’inadeguatezza dei nuovi arrivati e la loro oggettiva impreparazione al governo si autogiustifica in un’operazione autocompiaciuta nell’unica politica che sanno fare, quella della delegittimazione che con acume “Il Foglio” ne ricerca le matrici nella gauche nostrana e nei capitoli di quell’album di famiglia rossandiano irrobustitosi sulla questione morale berlingueriana agitata ipocritamente, sempre e comunque contro la corruzione degli altri, senza mai un briciolo di autocritica sull’ingente bottino dell’oro di Mosca e recentemente rinverdita e rilanciata alla grande con una campagna dell’odio ad personam con il più viscerale antiberlusconismo che si ricordi.

A ben vedere, la politica della delegittimazione ha il capoverso nel capitolo di Tangentopoli, scritto e interpretato dal mitico pool e dal leggendario coro mediatico giudiziario di cui ricorre il venticinquennale, con il capitolo clou dedicato soprattutto alla delegittimazione della politica e alla criminalizzazione della figura di Bettino Craxi, costretto all’esilio lui e tutti gli altri partiti mandati a casa, all’infuori dei post-comunisti fra i più accaniti del coro, et pour cause. Lo ricorda perfino Antonio Di Pietro su “la Repubblica” con una sorta di autocritica che, al di là di qualche cenno fattuale, si iscrive d’autorità nel festival delle facce di bronzo, con a fianco non pochi di un Partito Democratico erede di quel partito miracolato dalla leggendaria inchiesta di allora, ma oggi ripagato dalla moneta grillin-giustizialista; la stessa che loro usarono contro i partiti della Prima Repubblica. Quando si dice la nemesi.