Si specula anche sui morti di Marcinelle

È l’8 agosto del 1956, l’anno della grande nevicata a Roma. Nella miniera di carbone di Bois du Cazier, nella periferia della cittadina belga di Marcinelle, sono le 8,10 del mattino. All’improvviso alcune scintille provocate da un corto circuito cadono su 800 litri di olio in polvere. Le fiamme divampano. Prendono fuoco i puntelli di legno del pozzo. L’incendio si propaga nelle gallerie a 1035 metri di profondità. Al momento  sono a lavoro 262 minatori di cui 136 italiani. Si salvano solo i pochi che riescono a tornare in superficie. Gli altri vengono ritrovati cadaveri a due settimane dal disastro. Per tutti loro una fine orribile, provocata dai fumi tossici che li hanno soffocati. Questa è Marcinelle per la nostra memoria. Per i belgi la tragedia servì ad aprirgli gli occhi su come in casa propria i lavoratori stranieri venissero trattati. L’indagine che fu aperta per accertare le responsabilità del disastro si concluse nel 1964 con la condanna di un ingegnere a 6 mesi di reclusione, con pena sospesa.

Marcinelle è una pagina nera della storia d’Italia, più nera del carbone che si estraeva dalle viscere di quella terra. Di questo le autorità politiche e istituzionali del nostro Paese, impegnate nelle commemorazioni ufficiali, avrebbero dovuto parlare. Invece, è sempre la demagogia a farla da padrona. C’è in giro qualcuno che non resiste alla tentazione di piegare la Storia a proprio uso e consumo. Capita allora di assistere a lezioncine moraliste a dir poco inappropriate. Capita di leggere l’ennesimo pensierino breve della signora Laura Boldrini che, ricordando la sciagura del ’56, invita gli italiani a preoccuparsi dei migranti odierni.

Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, in un comunicato, pone la tragedia di Marcinelle a fondamento di un’Europa più coesa e solidale, a immagine dell’unica patria sognata dai suoi padri fondatori dove è tutto “genuino spirito di fratellanza fra i suoi popoli”. Il presidente della Repubblica ne trae uno spunto di riflessione “verso coloro che oggi cercano anche in Italia opportunità che noi trovammo in altri Paesi e che sollecita attenzione e strategie coerenti da parte dell'Unione europea”. Senza mancare di rispetto a nessuno, ma sembra di stare nel teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco. Perciò non se la prendano, questi autorevoli esponenti delle istituzioni repubblicane, se poi qualcuno li manda beatamente a ramengo.

Ciò che accadde a Marcinelle non ha niente a che fare con la crisi migratoria che l’Italia patisce da alcuni anni. Quella dannata miniera non fu un luogo di opportunità e d’integrazione per un’Europa che moriva dalla voglia di sentirsi coesa. È vero il contrario. In quel luogo di dolore e morte i nostri connazionali c’erano arrivati non di spontanea volontà ma spinti dal governo dell’epoca a ottemperare a un patto scellerato concordato tra l’Italia, uscita sconfitta dalla Seconda guerra mondiale, e il Belgio, nazione che era stata aggregata al gruppo delle potenze vincitrici. Il 20 giugno del 1946 era stato siglato un accordo intergovernativo per cui l’Italia s’impegnava a inviare in Belgio 50mila unità lavorative, alla cadenza di 2000 lavoratori a settimana, e in cambio riceveva forniture di carbone per 200 chilogrammi al giorno per minatore inviato. Sul posto i nostri connazionali erano trattati in modo disumano. Discriminati, emarginati, insultati, erano considerati alla stregua di prede di guerra.

Oggetti, non persone. Tanti doveri, pochi diritti. Probabilmente la tragedia di Marcinelle servì a scuotere le coscienze dei profittatori delle aziende carbonifere che, da quel momento, cambiarono lievemente l’approccio nel rapporto con la forza-lavoro importata dall’Italia. La miniera di Bois du Cazier non fu una seconda Ventotene ma, più realisticamente, servì a mettere sull’avviso i vincitori dal non commettere il medesimo errore compiuto con la Germania alla fine della Prima guerra mondiale, in particolare dalla Francia di Georges Clemenceau che s’intestardì nell’umiliazione oltre misura dei tedeschi sconfitti. Ora, sebbene gli insulti non siano accettabili, è tuttavia comprensibile che qualcuno perda le staffe vedendo accostare nell’immaginario della falsa memoria quel terribile sacrificio di vite italiane ai simpatici ragazzotti sbarcati dalle navi delle Ong che se ne vanno a spasso, oziando, per le strade delle nostre città con tanto di smartphone e scarpe all’ultimo grido. Il fenomeno migratorio non è uguale dappertutto e in ogni tempo. Quindi, niente paragoni azzardati. Occorre sempre rispetto per tutti. Per i vivi e per i morti. E certi improvvidi accostamenti suonano parecchio offensivi.