Un Paese alla deriva
economicamente

di Claudio Romiti

19 aprile 2017EDITORIALI

 

Mentre la politica italiota è alle prese con una manovra di aggiustamento vecchio stampo, caratterizzata da una serie di misure volte unicamente a fare cassa, e con l’insensata pressione dei populismi di ogni risma, l’Istat ha divulgato un dato sul valore aggiunto per ora lavorata a dir poco agghiacciante. In sostanza, questo fondamentale parametro che misura la produttività del lavoro ci dice che l’Italia ha chiuso il 2016 con un meno 1,2 per cento, contro una perdita dello 0,2 per cento registrata nel 2015.

Ciò conferma la netta impressione di un Paese economicamente inchiodato, sempre pronto a promuovere crociate contro l’apertura del mercato interno alla concorrenza e incline a bollare come competitori sleali tutti quei sistemi che da tempo hanno accettato fino in fondo le logiche della globalizzazione.

Occorre inoltre ricordare, a beneficio di chi attribuisce ogni malanno economico alla moneta unica, che nel periodo 1995/2015 - dunque a partire dai tempi della tanto rimpianta liretta - la stessa produttività oraria in Italia è cresciuta ad una media annuale dello 0,3 per cento, contro l’1,6 per cento dell’intera Unione europea, l’1,6 per cento della Francia, l’1,5 per cento di Germania e Regno Unito e lo 0,6 per cento della Spagna.

Quindi, in estrema sintesi, se uniamo tutto ciò alla crisi demografica in atto da tempo e a un tasso di occupazione tra i più bassi nel mondo avanzato, viene fuori un elemento che continua a essere oggetto di rimozione da parte dell’intera comunità nazionale: la torta di risorse da redistribuire diventa continuamente più piccola. In pratica, a fronte di una politica che si ostina a promettere crescente protezione economica in cambio di consensi, il Paese reale tende a creare sempre meno valore aggiunto, avvitandosi in una spirale in cui a crescere sono solo la spesa pubblica, la fiscalità e l’indebitamento complessivo del sistema.

Di fatto la decrescita è già in atto da tempo, ma essa non ci condurrà alla felicità, così come pensano alcuni nostri profeti del nulla, ma solo a una triste e infima miseria.