Islam e uguaglianza

di Pietro Di Muccio de Quattro

15 aprile 2017EDITORIALI

 

Anche questo giornale è sempre più arricchito da articoli sull’Islam che penetra e influenza la civiltà europea. La giusta denuncia dei pericoli, in termini di diritti e libertà, connessi all’espansione della religione musulmana nel nostro Continente trascura, generalmente parlando, il punto centrale del problema, che a mio giudizio consiste nel rispetto del principio di uguaglianza.

A riguardo devo lamentare che il diritto italiano, più che quello europeo, ha snaturato il concetto originario e intrinseco di uguaglianza sotto i colpi di una legiferazione portatrice delle peggiori discriminazioni perpetrate con le migliori intenzioni, quali il perseguimento della giustizia sociale e la realizzazione delle azioni cosiddette positive. Perciò io mi rifiuto quasi del tutto di utilizzare la stessa consunta parola di uguaglianza e preferisco l’antico vocabolo greco di isonomia, che possiede etimologicamente tre significati coessenziali: stessa legge, stessa giustizia, stessa uguaglianza. Se adopero il termine isonomia mi appare immediatamente chiaro dove lo “Stato di Diritto”, formalmente ancora integro e vigente in Europa, viene eroso dalla “Sharia” interpretata e applicata secondo le istituzioni, le consuetudini legali, i costumi, le pretese di chi vi crede o semplicemente vi si rifà, esigendone il rispetto a prescindere dal diritto del luogo.

Preciso sùbito che costituisce un equivoco mischiare isonomia e reciprocità, un equivoco in cui troppi cadono credendo che noi dovremmo trattare i maomettani come loro, dove governano, trattano i cristiani. Non solo perché esistono, benché rari, governi musulmani che non discriminano i cittadini in base alla fede e che trattano i cristiani sostanzialmente alla pari dei concittadini maomettani, ma anche e soprattutto perché, nella nostra concezione dell’individuo e della società, l’uguaglianza è un valore morale e un precetto costituzionale: valore e precetto assoluti, che non possiamo porre in relazione con altri ordinamenti e modellare a seconda del rilievo o del riconoscimento che vi abbiano oppure no.

E sùbito dopo devo precisare che l’altro equivoco consiste nel contrapporre isonomia e tolleranza. Non sono un governante intollerante se non tollero l’intolleranza, è evidente. Dunque è perfino ovvio che persegua giudiziariamente la preparazione, il tentativo, l’esecuzione dei delitti, senza domandarmi la fede del reo. Ma non sono intollerante neppure se non tollero che il musulmano, essendo tale, contravvenga a norme a cavallo tra il codice penale, il codice amministrativo, il costume civico, i regolamenti di polizia. In questo caso il governante lassista, tremebondo, infingardo, discriminando in favore di persone, spesso neppure cittadini, a cagione della loro fede, apparente o effettiva, fomenta l’illegalità e la prevaricazione mediante la violazione dell’isonomia. Agli islamici lo “Stato di Diritto”, per conservarsi davvero tale, deve applicare in ogni circostanza la stessa legge, la stessa uguaglianza, la stessa giustizia. Purtroppo non lo fa e perciò sta perdendo il rispetto dei musulmani, dei cristiani, di tutti. E infine debbo precisare che il motivo o il pretesto religioso non legittimano, non giustificano, non scusano una condotta altrimenti illegittima, ingiustificata, inescusabile. Qualunque sia il mio Dio, non posso pregarlo in strada bloccando il traffico. Non ho il diritto d’invocare Cristo in moschea o Allah in chiesa o tutt’e due in sinagoga. Posso pensarla come mi pare su Dio e sui credenti. Chi crede è uguale a chi non crede. Non devo indossare il burqa perché mi è vietato girare svestito pure se ciecamente devoto del nudismo. L’uomo e la donna sono uguali sebbene differenti. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

La comunità musulmana, piccola (le famiglie) e grande (le strade, i quartieri), tende a vivere come un’enclave con “la legge” propria. Lasciare che ciò avvenga e si consolidi va contro l’isonomia e la tolleranza e comporta la graduale sostituzione dell’ordinamento privato dell’enclave all’ordinamento pubblico dello Stato a mano a mano che questo accetta di fatto, lascia prevalere e addirittura sanziona come legali le regole, gli atti, i comportamenti dei musulmani antagonisti, religiosi e no.