Bene Minzolini e pure
Fedele (e Grillo soffre)

di Paolo Pillitteri

18 marzo 2017EDITORIALI

 

Intanto leggiamoci una lettera al direttore (de “Il Foglio”) dell’extra-lucido Frank Crimi (uno degli addetti ai lavori mediatici la cui intelligenza non va mai in pensione), che col suo tono scherzosamente puntuto prende l’esempio dell’assoluzione (assoluzione!) del vecchio Mubarak per un parallelismo italiano: “Scarcerato Mubarak. In Egitto il caso è chiuso. Qui siamo al Ruby quater”. Sintetizzato così parrebbe un mezzo distico di satira sui ritardi della giustizia italiana. È anche questo, intendiamoci, ma la libertà concessa a Mubarak risuona, a chi vuol sentire, come un fischio di un arbitro internazionale nella partita della giustizia che si gioca da oltre mezzo secolo da noi con risultati che ben conosciamo; ché l’arbitro locale tende non soltanto a dare calci di rigore a man bassa - e ovviamente alla squadra che gli è antipatica, metti Forza Italia ma pure gran parte dei politici - ma ottiene questo anche facendo della conduzione della partita, che è la giustizia, una storia che non finisce mai. Il grave è che, così arbitrando, si fa la storia, quella con la S maiuscola, almeno fino a quando la politica, la Camera, il Senato e il Governo non si rendono conto, sia pure timidamente ma non ancora pienamente, dell’abisso verso cui viaggiano.

Ora, non è che vogliamo sventolare nessun tricolore per la vittoria della partita aggiudicata dal Senato a Augusto Minzolini (che, oltre l’innata simpatia, resta pur sempre uno dei più capaci e brillanti giornalisti italiani), soprattutto perché la più vera ratio di una simile vicenda spiega, come e meglio di una parabola evangelica, sia il perché della corsa della politica verso il burrone, sia il possibile inizio di un rapporto diverso fra il potere legislativo e la funzione di chi lo deve applicare. Potere e funzione, tanto per essere chiari, benché quello della magistratura sia un autentico potere cui la logica dell’urlo di mass media, dei talk-show, delle domeniche pomeriggio, delle televisioni, degli speciali, delle inchieste e via “giustizializzando”, ha consentito di diventare superiore agli altri, compreso il loro - “e ben gli sta”, direbbe qualcuno - sbagliando. Ma le responsabilità dei politici sono ben più gravi e ben più cogenti sol che si pensi alla Legge Severino che soltanto la pavidità, e la stupidità - anche e soprattutto della Costituzione - di un Parlamento degno di “Banana Populist Republic”, poteva approvare, con l’unico scopo, come s’è capito subito, di fare fuori Silvio Berlusconi sull’onda del giustizialismo forcaiolo, con un Beppe Grillo che già urlava, digrignava i denti e aguzzava le unghie. Chissà se vi potranno rimediare, politici e il Cavaliere? Vedremo, ma la prudenza è d’obbligo.

Citavamo en passant il ruolo - peggio che complice, addirittura devastante - di non pochi talk-show nella crescita onnivora del ruolo dei Pm che ha sfiorato l’incredibilità, non tanto o soltanto nell’urlo contro la casta e suoi stipendi, vitalizi e rimborsi in nome beninteso dei poveri, che pure ci sono, ma con dietro quell’urlo l’impunita faccia tosta di molti di quegli urlatori mediatici dall’alto di contratti, stipendi, pensioni, onorari e fringe benefits che nessuno della casta neppure si sogna. Intendiamoci ci sono professionisti bravi, popolari, colti e preparati evviva la loro busta paga cui non va messo alcun limite di crescita, anzi. Ma un altro limite c’è sempre stato, almeno fino al 1992, poi hanno rotto il freno, bloccato la riflessione, sospeso ogni cautela e il resto lo vediamo nei loro talk-show, pubblici e privati, che sembrano fatti con lo stampino.

Giustizialismo a gogo, populismo a più non posso, insulti alla casta e chi più ne ha più ne metta. È la televisione del “vaffa”. Dicono che serve per l’audience perché il garantismo non ne fa. E chi l’ha detto? Perché invece di costringere ad abbandonare lo studio assordato dalle grida invocanti la forca, il bravo e coraggioso onorevole Gianfranco Rotondi, non parlate delle carceri sovraffollate oltre ogni dire? Perché non raccontate storie vere di innocenti incarcerati? Perché non narrate dei carcerati, e delle loro famiglie, a migliaia in attesa di giudizio? Perché non spiegate gli errori di non pochi processi? Perché, soprattutto, non vi ricordate del caso di Enzo Tortora? E, ancora di più e per sempre, perché non vi mettete bene in testa che un avviso di garanzia, trasformato sempre in una criminalizzazione preventiva, lo è di garanzia, per l’appunto perché si è innocenti fino a sentenza finale?

Meno male che, finalmente, è arrivata una voce autorevole, una parola di saggezza, una lieve ed elegante, efficace venatura critica, di Fedele Confalonieri, patron di Mediaset: “C’è un clima di una parte del Paese, un malumore che la tv intercetta e che poi a volte, per fortuna non sempre, enfatizza. I nostri conduttori sono bravi, ma in questa logica dell’urlo, adesso stiamo esagerando”. Così parlò Fedele. E Grillo, e Luigi Di Maio? E il mitico “Dibba”? Stupore, sdegno, indignazione, vergogna, annuncio di violenze di piazza. E soffrono. No, s’offrono: per erigere nuove forche urlando il solito “vaffa”. Finché dura...