Appello a liberali,
riformisti e popolari

di Arturo Diaconale

16 marzo 2017EDITORIALI

 

Ognuno ha tirato l’acqua al suo mulino. Sia il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, impegnato a riesumare il cadavere del meridionalismo borbonico contro l’oppressione nordista per consolidare la propria posizione. Sia il leader della Lega, Matteo Salvini, deciso a nazionalizzare il suo partito in vista delle elezioni di fine legislatura proponendosi come l’alfiere di un leghismo meridionalista.

Ma è un fatto che ognuno abbia fatto fin troppo volentieri il gioco dell’altro. De Magistris ha fomentato i centri sociali ben felice di poter cavalcare la loro guerriglia urbana per porsi come il solo difensore della napoletanità contro il leghista invasore. Salvini ha sfruttato il rilevo mediatico degli incidenti di Napoli per presentarsi agli occhi del popolo nazionale dei moderati come la vittima delle prevaricazioni dei soliti vetero-comunisti.

Se si fossero accordati segretamente non sarebbero riusciti a conseguire un risultato così utile per entrambi. Ma ora che de Magistris può vestirsi da Franceschiello e Salvini da Nino Bixio (per indossare i panni di Giuseppe Garibaldi il leader leghista deve compiere ancora lunghissima strada), è necessario che i due fenomeni che si alimentano a vicenda trovino una qualche risposta politica. Il problema di Luigi De Magistris rientra nel novero dei tanti che affliggono la sinistra e l’ultra-sinistra italiana. E da loro dovrà essere affrontato e risolto quando il suo protagonista tenterà di uscire dal recinto domestico napoletano per espandersi in tutto il meridione.

Il problema Salvini, invece, investe immediatamente e direttamente il centrodestra. E non può essere rinviato a data da destinarsi o derubricato a faccenda da risolvere con un qualche accordo pre-elettorale. Perché il leader della Lega non si muove affatto nella direzione di sostituirsi a Silvio Berlusconi e diventare il nuovo federatore dello schieramento dei moderati. Punta a diventare il leader incontrastato del centrodestra, imponendo a tutti l’egemonia culturale del proprio sovranismo intransigente.

Salvini, in sostanza, non cerca punti di compromesso tra le varie anime dello schieramento con l’obiettivo di creare una coalizione plurale e diventarne il capo più o meno tollerante e illuminato. Come se ci fosse già una legge elettorale con premio di maggioranza per le coalizioni. Vuole imporre la linea sovranista più radicale piegando le resistenze di chi non condivide il lepenismo all’italiana e rottamando tutti i riottosi rispetto al corso della Lega nazionale. Si muove, in altri termini, dando per scontato che la legge elettorale resterà proporzionale e puntando sul dato identitario populista per svuotare del maggior numero di voti Forza Italia e gli stessi Fratelli d’Italia.

Se questo è lo scenario diventa indispensabile, sia nella prospettiva della legge maggioritaria con premio alla coalizione e a maggior ragione in quella della conservazione del proporzionale, contrapporre al richiamo identitario populista del leader leghista quello altrettanto identitario delle radici liberali, riformiste e popolari di chi non vuole morire lepenista.

Se Forza Italia vuole essere un alleato e non un suddito della Lega in un sistema maggioritario deve obbligatoriamente rivendicare la sua natura originaria. Se vuole resistere alla sua concorrenza in un sistema proporzionale deve compiere con maggior forza la stessa operazione. I liberali, i riformisti, i popolari (e gli stessi sovranisti italiani e non filo-francesi o filo-americani) ci sono. Edhanno la ferma intenzione di sostenere i loro valori e le loro idee!