Grillo, riderci sopra?
Non è solo un comico...

di Paolo Pillitteri

10 gennaio 2017EDITORIALI

 

Com’era quella famosa massima di stampo anarchico? Ah sì, adesso mi ricordo: “Una risata vi seppellirà!”. Pensando a Beppe Grillo, soprattutto a certi grillini, viene proprio voglia di abbandonare per sempre critiche, analisi e giudizi politici su cui troppo spesso ci soffermiamo e lasciarsi andare a quella sorta di maledizione che, in fin dei conti, è una liquidazione. O, quanto meno, riderci sopra.

Prendiamo il caso della svolta “garantista”, così, di colpo, ex abrupto, dopo mesi, anni di giustizialismo sfrenato e di voglia di galera per tutti (gli altri) politici. Si doveva capire al volo che la giravolta era, soprattutto, in funzione dell’ipotizzato, non improbabile, arrivo di un “avviso” alla sindaca Virginia Raggi. Come si dice dalle loro parti, un pararsi il deretano. E che dire dell’ultimissima svolta, a proposito dell’immigrazione, dopo mesi, anni di buonismo programmatico, di allineamento alle tesi della più disponibile accoglienza - diciamo non dissimile da quella del Vaticano - ed ora con questa uscita ruvida col duro invito all’espulsione immediata. Si potrebbe andare avanti con simili casi di cambio di rotta. Fermiamoci qui, per ora. Ne vedremo altri esempi fra poco.

Diciamocelo: la leggendaria svolta garantista, se ben letta (cosa che con Grillo non sempre succede nei media) ha ben altra storytelling, laddove il garante del garantismo altri non è, anzi non sono, che Grillo e Casaleggio i quali decideranno caso per caso. Continueranno cioè a fare quello che gli fa più comodo, di volta in volta. E il bello è che era già così anche prima ma, in genere, ci si passava sopra, fingendo che così non fosse. Con la differenza che, da adesso in poi, il capo si è in un certo senso autonominato “statuto” vivente del movimento. Che, in altre parole, e in riferimento alle frequentissime critiche anti Cavaliere d’antan, altro non significa che rinnovamento del ruolo squisitamente padronale su un Movimento 5 Stelle, che definiremo, per assonanza, “partito azienda”, e i cui seguaci, dal basso all’alto, cariche pubbliche e parlamentari compresi, non fanno altro che applaudire, più o meno scodinzolanti il loro “Big Boss”. Ora, tutto ciò sarebbe stato anche un passaggio quasi obbligato per un movimento privo di qualsiasi radice politico-ideologica identitaria, che non sia ispirata, e praticata a piene mani, esclusivamente al no a tutto e a tutti. Ma sono passati mesi ed anni e Grillo, grazie appunto all’oppositiva virulenza del suo M5S, ha ottenuto una messe di voti grazie ai quali governa nientepopodimeno che la Capitale del Paese. Qui casca l’asino. Perché quando si guida una città come Roma mostrare i muscoli o fare la faccia feroce serve soltanto a occultare la proprie carenze e incapacità, se non, addirittura, le proprie magagne, comprese quelle giudiziarie, terreno sul quale e in nome della forca erga omnes, è cresciuta a dismisura la (mala) pianta grillina. È la mitica legge del contrappasso alla quale, tuttavia, Grillo - cui peraltro auguriamo serene vacanze al sole del Kenya - ha replicato alzando il volume della voce, già di per sé tonitruante, sia per alleggerire il peraltro farlocco passo garantista, sia per tenere buona una base forcaiola, e ha così sviato l’attenzione dichiarando guerra ai giornalisti con la proposta di istituire i famigerati “tribunali del popolo” (lui li chiama giurie popolari, bontà sua) per giudicare le notizie e le opinioni pubblicate, e ritenute dal capopopolo false, ostili, tendenziose, ecc..

Magari una giuria degna di questo nome potesse darci la soddisfazione di chiamare col loro vero nome le frequentissime proposte pentastellate: il risparmio sugli alberi di Natale, le boutade sugli scontrini, le uscite sui complotti dei frigoriferi. Tu chiamale, se vuoi, panzane. E ora siamo alle dimissioni sì e dimissioni no, secondo le convenienze e il malcapitato Federico Pizzarotti di turno, e con tanto di penale in migliaia di euro. Una risata li seppellirà, come si diceva. Il fatto è che Grillo è pure un comico, e per di più bravo, di successo meritato. È bensì protagonista politico, ma ambivalente, scisso, dalla doppia se non tripla personalità. Che fare? Ridiamoci sopra, almeno.