La questione dei migranti

Sembra che il nuovo ministro dell’Interno voglia fare qualcosa. Sembra intenzionato a muoversi, a prendere provvedimenti; almeno, a provarci. Intanto è apprezzabile il realismo nel parlare del problema ed anche l’abbandono di una certa qual reticenza sugli aspetti più scabrosi politicamente. Marco Minniti finora, a parole, sembra meglio di Angelino Alfano, un pretino pieno di bontà ed accoglienza, che è stato spostato dall’Interno agli Esteri perché continuasse a far nulla anche lì. È proprio vero che, quando bisogna essere ruvidi nel governare, un postcomunista serve più di un postdemocristiano. In fatto di giustizia, legge, ordine, il grande Michel Eyquem de Montaigne, che ai liberali è Maestro, insegna che “È regola delle regole e legge delle leggi che ciascuno rispetti quelle del paese in cui si trova”. Invece da anni ed anni i governi ed i ministri competenti, per dire, hanno lasciato che la questione dei migranti andasse alla deriva come i barconi dai quali sbarcano e che la legge non si applicasse a costoro perché, poverini, provenivano da luoghi di sofferenza e tanto loro stessi avevano sofferto per raggiungere il nostro Bengodi.

Dunque, secondo tali governi e tali ministri “la regola delle regole e la legge delle leggi” sono applicabili ai pochi che vengono da noi per rifondare la loro vita secondo i costumi degli ospitanti e non invece ai tanti che qui arrivano con l’albagia di dover essere mantenuti a prescidere dalle loro pretese e condotte. Una nazione che segue insegnamenti sbagliati, qualunque autorità li impartisca e per quanto astrattamente ammirevoli, agisce alla stessa stregua degli scafisti, odierni negrieri, che stracaricano i gommoni senza curarsi del probabile affondamento. Il risvolto sorprendente dell’umanitarismo irresponsabile sta in ciò, che fu la Chiesa ad insegnare la morale del male minore e che la fede non basta a governare gli esseri umani nella sfera terrena. Il mio principio etico sulla questione desidero enunciarlo in forma lapidaria: emigrare non può voler dire semplicemente cambiare il luogo della sofferenza oppure indurre sofferenza in chi concede asilo.

Mi lusingo di credere che, se la disciplina regolatrice e l’azione esecutiva e la pratica amministrativa si conformassero a tale principio etico, facendone così l’indirizzo governativo, molte delle brutture che vediamo nel modo in cui oggi è affrontata, anzi: non affrontata o male affrontata, la questione dei migranti svanirebbero, senza ledere né i valori umanitari né il diritto d’asilo né la condizione dello straniero. Può uno Stato tenere confinati degli esseri umani, decine di migliaia, senza nome, senza prospettive, senza termini? Può uno Stato mantenere tale massa di uomini, donne, bambini, in un limbo giuridico e fisico, sostenerli alla bell’e meglio, alloggiarli e sfamarli, lasciandoli sopravvivere nell’ignavia e privandoli pure della speranza? Sì, la speranza in un futuro non di segregazione ma d’integrazione oppure di trasferimento in luoghi desiderati e possibili? L’applicazione del principio, che scongiurerebbe quanto sopra, impone di rispettare anche un limite quantitativo. Il numero dei migranti accolti condiziona la questione: oltre un certo numero, essa diventa irresolubile e il principio stesso risulta inapplicabile. Questa fattuale conclusione generale non sarebbe inficiata neppure dalle particolari virtù eroiche che dovessero sublimare la carità degli accoglienti.