“Social Europe” su fondi Ue

martedì 9 febbraio 2021


L’attuale, presunta, potenza di fuoco made in Eu (Unione europea) non basterà. Nonostante la “lodevole determinazione” a evitare gli errori del 2010, la Banca centrale europea (Bce), i governi europei e la Commissione “non hanno fatto abbastanza per evitare una grave battuta d’arresto per l’economia europea, in termini assoluti e, più esplicitamente, relativi”. Bastano le perplessità di Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), Fmi (Fondo monetario internazionale) e Bei (Banca europea per gli investimenti), nella comparazione con i numeri della crisi negli Stati Uniti, per mettere in dubbio l’entità di salvataggi che rischiano di non salvarci. Lo dice “Social Europe” (Se), il think tank indipendente che analizza la risposta fiscale dell’Ue alle conseguenze economica della pandemia. A cominciare con le differenze con quanto accaduto dall’altra parte dell’Atlantico: Pil Eurozona nel 2020, meno 7,6 per cento (-3,5 negli Usa); formazione lorda di capitale fisso nell’Eurozona, meno 10 per cento, (-1,7 negli Usa).

Secondo Commissione e Banca europei per gli investimenti, il deficit negli investimenti privati arriverà a 831 miliardi di euro nel 2020 e nel 2021. Altro che Next Generation. Al netto delle regole fiscali “prontamente allentate”, scrive Se, in alcuni Stati membri con una risposta fiscale “sostanziale”, in particolare in Germania e Austria, nelle parti finanziariamente più deboli dell’Eurozona “lo stimolo non è stato neanche lontanamente sufficientemente grande”, in particolare in Spagna, ma anche in Italia, che sconta una riduzione di 10 punti di Pil rispetto al primo trimestre 2008. Le mosse della Bce permettono di prendere in prestito a tassi record, “ma evitare una crisi del debito sovrano è condizione necessaria per una ripresa, ma non sufficiente”.

Al netto dell’impossibilità di emulare l’imparagonabile risposta dell’Amministrazione di Donald Trump, che ha messo in campo 3,5 trilioni di dollari, e di altri incentivi dello stesso valore che verranno decisi dall’Amministrazione di Joe Biden, le risposte dell’Ue, si fa notare, lasciano perplessi. L’azione della Bce, sostiene Social Europe, si muove discretamente nella “direzione giapponese”, puntando a tassi di interesse e spread, “potendo eliminare il rischio di panico, ma da sola non ripristinerà la crescita”. Ciò di cui l’Europa ha più bisogno è una “seconda grande spinta fiscale”, ed “è qui che l’autocompiacimento è più problematico”. Perché il Next Generation Ee (750 miliardi) “è senza dubbio un trionfo politico, ma dal punto di vista economico semplicemente non è abbastanza grande”. Del resto, si ricorda, le stesse stime Fmi affermano ottimisticamente che il piano potrà colmare la metà del divario di crescita del Pil rispetto al trend pre-crisi. Ma la versione più realistica, invece, sostiene che coprirà meno di un quarto del fabbisogno dei Paesi Ue. Il tutto, mentre gli Usa si saranno già ripresi per la fine dell’anno e la Cina farà registrare un più 10 per cento di crescita rispetto a fine 2019. La crescita non è tutto, e la sicurezza sociale è importante, conclude Se. Il Green Deal è un passo nella giusta direzione, “ma se l’Europa non riesce a fornire prospettive, non solo per la prossima generazione ma anche per questa, non può sorprendersi se l'ottimismo associato ai risultati politici del 2020 si esaurirà presto”.


di Pierpaolo Arzilla