Non confondere socialità con dis-economicità

In molti si chiedono quale significato abbia il porre un limite sociale al criterio di economicità nella gestione delle aziende pubbliche. Nel senso di capire se sia giusta (in presenza di capitale pubblico) una certa conduzione aziendale: che possa, in qualche modo, giustificare l’assunzione (o il mantenimento) di passivi – a cui non corrispondono adeguati ricavi compensativi – motivati con un non meglio definito perseguimento di “vantaggi sociali”.

È da tutti ritenuto socialmente ineccepibile il ristorare un costo maggiore che origina dal puntuale collegamento delle isole italiane con la terraferma, al fine di garantire agli isolani l’eguaglianza dei diritti con i cittadini peninsulari ad esempio nei servizi (scuole, ospedali ecc.) e, pertanto, la diseconomicità del viaggio viene compensata con tutta una serie di contribuzioni che sono a carico dell’intera popolazione italiana.

Ma, con altrettanta sincerità, non appare parimenti giustificato e giustificabile il mantenimento di talune disfunzioni economiche in tanti altri casi: motivate con il cosiddetto “quieto vivere” sindacale, ad esempio.

Perché nella gestione di una azienda pubblica (o con capitale prevalentemente pubblico), laddove sia i criteri di economicità che di socialità sono alquanto labili, la particolare caratteristica posseduta dalla stessa (che, di fatto, finisce – in ultima analisi – per caricare la passività sulle spalle dell’ignaro contribuente) rende il lavoro assai più ostico, soprattutto quando l’amministratore di turno (quanti sono i casi che conosciamo?) viene gravato da “pressioni politiche”.

Perché chi ti ha nominato è lestissimo nel voltarti le spalle: come sta capitando proprio in questi giorni. È cambiato qualcosa, ora? Non mi pare, anzi.