Per un pensiero politico-economico? Citofonare Paolo Savona

Immenso Paolo Savona. Nella sua “prima” da presidente della Consob l’economista, prestato alle istituzioni, ha esposto il suo pensiero politico. In occasione dell’incontro annuale con il mercato finanziario tenutosi alla Borsa di Milano lo scorso 14 giugno, il professore Savona, nella sua introduzione, ha spiegato in forma didascalica a un pubblico non sempre all’altezza del relatore quale sia lo stato finanziario del Paese, quali le problematiche reali o frutto di pregiudizio derivanti dall’ammontare del debito pubblico e quali le soluzioni che, dallo scranno di presidente della Consob, egli porterà nei consessi internazionali. L’intervento di venerdì scorso ha rappresentato un’implicita risposta ai dubbi che avevano accompagnato la sua uscita dalla compagine governativa. C’era il sospetto che il “Grande vecchio” fosse stato silenziato dalla coppia Giuseppe Conte-Giovanni Tria. Da sardo, scontroso nel carattere, per evitare un’ingiusta umiliazione  si pensava avesse accettato di essere dirottato verso un incarico laterale, di assoluto prestigio, ma non più centrale rispetto all’azione di governo. Mai considerazione si è dimostrata più fallace. A leggere con attenzione il suo intervento ci si convince che il cambio di poltrone abbia coinciso con un’inversione di postazioni strategiche dalle quali colpire con maggiore efficacia gli avversari esterni. La sensazione è che Savona possa fare, per la stabilità finanziaria del nostro Paese, molto più di quanto gli sarebbe stato consentito da ministro delle Politiche europee. Ma cosa ha detto Savona? Nei giorni delle bocciature europee dei conti pubblici italiani non l’ha mandata a dire ma si è incaricato di farlo di persona: “I giudizi negativi non di rado espressi da istituzioni sovranazionali, enti nazionali e centri privati, appaiono prossimi a pregiudizi, perché resi su basi parametriche finanziarie convenzionali che non tengono conto dei due pilastri che reggono la nostra economia e società: la forza competitiva delle nostre imprese sul mercato globale e il nostro buon livello di risparmio”. In parole povere, gli allarmismi delle autorità guardiane di Bruxelles sull’Italia sarebbero conseguenza di strumenti econometrici obsoleti, inadatti a cogliere la complessità del reale. Come l’Output Gap che per Savona resta un indicatore privo di validità storica e pratica comportando l’esistenza di un limite oggettivo alla crescita. Sul fronte finanziario, al contrario di quanto diffuso dalla vulgata degli auto-flagellatori nostrani, la posizione dell’Italia con l’Estero è “sostanzialmente in equilibrio e dal 2013 disponiamo di flussi di risparmio in eccesso rispetto all’uso interno”. In controtendenza rispetto ai più importanti Paesi sviluppati, l’Italia non assorbe flussi di risparmio dall’estero ma ne cede in quantità superiori al suo debito pubblico. Savona lo dice a chiare lettere: “per la Comunità europea e globale l’Italia non rappresenta un problema finanziario ma una risorsa alla quale molti Paesi attingono per soddisfare le loro necessità”. Vorremmo che ad ascoltarlo vi fossero anche taluni di quei pecorai delle foreste nordiche e orientali dell’Europa che, dopo secoli vissuti con le pezze al sedere ed essersi riscattati anche grazie al nostro risparmio privato, oggi si permettono di farci la lezioncina su come gestire le finanze pubbliche. Le architetture istituzionali e normative che tengono in piedi l’Unione europea sono state concepite in un mondo che non è più lo stesso. Troppi rivolgimenti vi sono stati perché i Paesi responsabili non si facciano carico di una profonda revisione dell’impianto comunitario. Per Savona ognuno deve fare la propria parte proporzionalmente alla propria forza geoeconomica e politica. Già, perché sullo scacchiere internazionale, come abbiamo avuto modo di anticipare in recenti riflessioni sul tema del debito pubblico, conta il peso specifico dei singoli Stati. Solo così il binomio crescita-fiducia può dispiegare pienamente i suoi effetti. Ma, avverte Savona, se saranno gli egoismi nazionali a prevalere peggioreranno le prospettive di sviluppo economico e sociale di tutti, non solo di chi persegue l’isolamento. E, “nell’attuale assetto monetario globale le guerre commerciali prima o dopo si trasformano in guerre valutarie”. Più chiaro di così! Savona ha parole di buon senso anche sulla questione dell’entrata dell’Italia nell’euro. Era noto che l’adesione alla moneta unica avrebbe comportato l’impegno a far convergere il debito pubblico verso il 60 per cento del rapporto con il Pil. Nei giorni di Maastricht, nel 1992, il debito italiano era al 105,5 per cento. Per non finire nel tritacarne come poi è accaduto, per Savona si sarebbe dovuta definire, a livello interno ed europeo, una politica di rientro dai 45 punti percentuali in eccesso, che non avesse avuto caratteristiche deflazionistiche e non avesse mancato di procurarsi il consenso democratico necessario. Così non è stato ma non tutto è perduto. Per Savona la fiducia trova alimento nella crescita reale. Per rilanciare il binomio virtuoso crescita-fiducia si potrebbe prevedere un’azione supplementare congiunta pubblico-privato per finanziare investimenti per 20 miliardi di euro, utilizzando il risparmio interno. I numeri non mentono. Nel 2018 le attività finanziarie sono state pari a 16.295 miliardi di euro, cioè dieci volte il Pil. Dell’ammontare, 4.218 miliardi, di cui il 22,6% in forma monetaria, sono posseduti dalle famiglie; 1.852 miliardi dalle imprese e 2.748 miliardi dall’estero. Il surplus della nostra bilancia estera di parte corrente è stato di 33,3 miliardi annui nel periodo 2013-2018. Il che genera una mole di ricchezza afferente dalla pura intermediazione che, nella visione di Savona, dovrebbe fungere da leva per lo sviluppo reale e per l’assorbimento del debito pubblico. Altro che procedura d’infrazione per debito eccessivo! Ha ragione Savona, quando c’è fiducia e la base del risparmio resta solida neanche un indebitamento al 200 per cento del Pil deve spaventare. Si dirà: ma c’è lo spread. La causa di tutti i mali non è il debito pubblico in sé ma il fatto che nel circuito europeo si sia creato un sistema asimmetrico di protezione della stabilità finanziaria comunitaria non basato su un titolo europeo condiviso ma sul Bund tedesco che si è imposto, grazie alla politica di potenza del governo di Berlino, come l’unico “safe asset”. Il titolo ha funzionato, sul mercato, da bene rifugio nei momenti di crisi in danno del corretto andamento della politica monetaria comune. “L’asimmetria e la scarsità di offerta di Bund hanno comportato distorsioni nel meccanismo di trasmissione della politica monetaria all’economia reale, incompatibili con la stabilità monetaria e finanziaria dell’eurozona al di là dai comportamenti dei singoli membri e dei fondamentali delle loro economie”. Come rimediare? Paolo Savona non ha dubbi: agire per la creazione nell’Ue di una “Capital Markets Union” deputata a creare un European Safe Asset, alternativo a quello dei Bund tedeschi e dei titoli di Stato statunitensi. Ciò “migliorerebbe la razionalità distributiva della creazione monetaria, governerebbe alcuni disturbi alla stabilità finanziaria, anche provenienti dai debiti sovrani in eccesso, attenuerebbe le divergenze nei tassi d’interesse all’interno dell’Eurozona”. Ora, che Savona fosse una punta di lancia piuttosto che il piano dell’incudine, non avevamo dubbi. Domandiamoci allora se possa riuscire al “Grande vecchio” dalla postazione in Consob ciò che ai governi italiani dell’ultimo decennio, compreso quello in carica, non è riuscito: ricollocare l’Italia nel grado e nel ruolo che per storia, forza economica e geopolitica le spetta. Con buona pace degli ex-morti di fame calati dalle foreste.