La caverna sovrana del presidente della Consob

Durante l’annuale incontro con la comunità finanziaria, il presidente della Consob, l’economista filosofo Paolo Savona, ha pronunciato un discorso piuttosto lungo e dai toni più sovranisti del sovrano, se mi si passa la licenza poetica. E lo ha fatto citando l’antico mito della caverna di Platone, con cui una comunità nazionale evidentemente prigioniera degli altrui pregiudizi, per il nostro assolutamente immeritati, sembra attendere con ansia il novello Socrate in grado di condurla fuori dall’antro oscuro nel quale essa si trova relegata.

Tra i tanti richiami all’orgoglio finanziario nazionale calpestato, così come riportato in un interessante articolo dell’ottimo Mario Seminerio pubblicato sul suo blog, spicca quello relativo al moderno oro da donare alla patria, alias titoli di Stato da acquistare direttamente dalle famiglie italiane. Su questo punto Savona si è mostrato durissimo nel criticare lo schizofrenico atteggiamento di un popolo che appoggia con percentuali bulgare il più sovranista Governo della storia repubblicana, ma che poi detiene solo il 5,9% dei predetti titoli. Ora, come sottolinea correttamente Seminerio, al prestigioso economista Sardo sembra sfuggito il fatto che la maggior parte delle obbligazioni emesse dal Tesoro sono comunque in mano a intermediari nazionali (banche, assicurazioni, fondi comuni a quant’altro).

Ciò dovrebbe, almeno in parte, rassicurarlo circa il pericolo di un continuo deflusso di capitali italiani verso l’estero. Deflusso che proprio Savona non digerisce, incitando il sistema nel suo complesso ad emulare il Giappone, acquistando in massa Bot e Btp, così da raggiungere “l’invidiabile” 200% nel rapporto debito/Pil.

Solo che nella sua lunga e gloriosa battaglia contro i pregiudizi esteri e le cecità nazionali, il capo della Consob, quando lo scorso anno fu nominato ministro per gli Affari europei, si dimenticò di aver fatto defluire egli stesso verso una banca svizzera la bazzecola di 1,3 milioni di euro, così come riportato con dovizia di particolari in un articolo pubblicato a suo tempo da Laura Cesaretti su “Il Giornale”. Senza contare il ruolo di direttore, lasciato all’indomani della nomina a ministro della Repubblica, di un fondo speculativo londinese di cui sembra che detenesse il 14% delle azioni.

Che dire di fronte a tutto questo ennesimo esempio di fulgido pirandellismo italiota? Nel regno sovrano di Pulcinella i miei quattrini li metto dove mi pare, ma quelli del mio vicino debbono restare tutti in patria investiti i titoli di Stato, altrimenti peste lo colga!

Mentre la cosiddetta diversificazione del rischio, così importante in mondo della finanza sempre più volatile, la gettiamo a marcire nella caverna di Savona.