La congiura dello spread

Essendo da sempre particolarmente sensibile al tema di una corretta informazione economico-finanziaria, mi vedo costretto a rispondere ai rilievi che, su queste pagine, mi ha mosso Cristofaro Sola in merito ad alcune valutazioni sullo spread relativo al debito pubblico italiano. Valutazioni le quali, dopo aver attentamente letto le controdeduzioni del nostro amico, confermano che ci troviamo su posizioni assolutamente inconciliabili, almeno per quanto riguarda il tema specifico.

Senza rifare tutta la storia politica degli ultimi 8 anni, ossia da quando il citato spread ha fatto improvvisamente irruzione nella esistenza quotidiana di tutti noi, evitando di attribuire eventuali responsabilità a questo o quel Governo, posso però affermare che l’idea che Sola ha di codesta sorta di termometro finanziario mi risulta del tutto sganciata dalla realtà delle cose. Considerare infatti il crescente differenziale tra i Btp decennali e il Bund tedesco come il portato della nostra debolezza geopolitica, escludendo i decisivi aspetti legati alla sostenibilità di un colossale debito sovrano, mi sembra un qualcosa che travalica i confini del logica finanziaria. Una visione compendiata con uno stupefacente “spread come indicatore della volontà di potenza degli Stati: più sei debole, più paghi; più sei forte e sono gli altri a pagare per te”.

Ma se così stessero veramente le cose, dato che in questo momento storico Spagna e Portogallo, già citati in precedenza, ci surclassano sul piano dei tassi d’interesse, in poco tempo e a nostra insaputa i due Paesi iberici devono averci ampiamente sorpassato sul piano della stessa influenza geopolitica.

O forse, senza correre dietro a teorie pseudo cospirazioniste, non sarà che Spagna e Portogallo si sono attrezzati con politiche di equilibrio tra sviluppo e tenuta dei conti pubblici, tali da rassicurare gli investitori internazionali circa la sostenibilità del loro debito sovrano? Sostenibilità che, in soldoni, altro non significa che la capacità per un tempo illimitato di ripagare puntualmente gli interessi. Purtroppo, in questo senso l’Italia giallo-verde offre ancor meno garanzie rispetto alle già traballanti italiette di centrodestra o di centrosinistra.

Come ho già avuto l’occasione di spiegare in passato, se la crescita nominale del Prodotto interno lordo è superiore al costo medio degli interessi sul debito, quest’ultimo tende a ridursi, offrendo ottime garanzie di solvibilità ai creditori. Se invece, come sta accadendo con il dissennato aumento della spesa corrente realizzato dall’Esecutivo pentaleghista, questa tendenza si inverte, si innesca quello che gli specialisti definiscono “effetto snowball”. Ossia una sorta di palla di neve finanziaria la quale, a causa del perverso combinato disposto di una bassa crescita economica, di una spesa pubblica fuori controllo e costi di rifinanziamento che lievitano, si trasforma in una valanga inarrestabile. Ricordo, a tal proposito, che l’Argentina all’inizio del secolo fallì con un debito pubblico incomparabilmente minore di quello che oggi grava sull’Italia, proprio per l’incapacità di sostenerlo nel lungo periodo.

D’altro canto, un sistema economico praticamente stagnante, governato da gente che spaccia la spesa assistenziale per investimenti produttivi, mandando completamente fuori traiettoria la tenuta del debito medesimo, agli occhi di chi è chiamato a prestarci i quattrini risulta sempre meno affidabile. Da qui nasce la percezione, del tutto fondata, di una crescente rischiosità, la quale trova nello spread il suo naturale termometro.

Quindi, per concludere, direi che lo spread altro non è che un indicatore di affidabilità sovrana, per così dire: più sei oculato nel contenere la spesa pubblica, evitando di sforare il deficit con politiche puramente assistenziali a scapito degli investimenti produttivi, e meno interessi dovrai pagare. Al contrario, più scialacqui in una ben nota linea di spese elettoralistiche, spacciandole per misure di sviluppo, e molto salato arriverà il conto. In prospettiva ben più salato di quanto stiamo già pagando con l’avvento dei geni del cambiamento.