La Campania tra prospettive occupazionali e futuro del Mediterraneo

Ritornare a porre seriamente l’attenzione sulle politiche sociali e occupazionali della Campania, in rapporto al Mediterraneo e alle future prospettive geopolitiche del nostro bacino, è l’appello lanciato dal giurista campano Severino Nappi, vicecoordinatore della Campania di Forza Italia e presidente dell’Associazione Nord e Sud che intervistiamo nel tentativo di approfondire tali problematiche.

Commentando le analisi Istat sui livelli occupazionali nel Mezzogiorno d’Italia constatiamo dati preoccupanti per l’occupazione giovanile. Quali sono le priorità occupazionali in Campania e cosa si deve fare per invertire il flusso di dati negativi?

I numeri dell’occupazione, non solo giovanile, al Sud e in Campania sono drammatici. E trovo grave che molti alzino le spalle dicendo che, in fondo, non è una novità. Proprio per questo, secondo me, occorre iniziare a darsi da fare per davvero. E invece assistiamo sempre alle solite ricette neo assistenziali, come il reddito di cittadinanza. Risorse sprecate senza prospettive. La strada è un’altra. E passa in primo luogo per un serio investimento sulla formazione professionale, quella vera. Scuola, università e imprese non si parlano. Costruiamo percorsi formativi che preparino i giovani ai lavori che le imprese cercano. Pochi sanno che, nella Campania della disoccupazione più alta d’Europa, ogni anno 30mila posti di lavoro non si coprono perché le aziende non trovano i lavoratori di cui hanno bisogno. E non dobbiamo neppure partire da zero. Da assessore regionale al lavoro avevo fatto costituire 100 poli tecnici-professionali, destinati proprio a questo. L’attuale amministrazione regionale li ha congelati. Basta riprenderli e si può iniziare a investire in questa direzione. Ancora. La Campania è la terra dell’artigianato, anche d’eccellenza. E ci sono oltre 100mila imprese artigiane che operano e contribuiscono a portare il nome della mia terra in giro per il mondo. La mia proposta è semplice. In queste botteghe ci sono sempre dei giovani, quasi dovunque in modo precario e irregolare. Finanziamo la formazione in queste botteghe, perché i maestri artigiani siano remunerati per il tempo dedicato a formare i ragazzi. E inquadriamoli come apprendisti, utilizzando i fondi europei per finanziare i contratti. Soltanto questa misura è in grado di creare centomila posti di lavoro stabili e dignitosi. Altro che carrozzoni clientelari. Poi c’è il tema dello sviluppo. Ma questo passa per la questione degli investimenti e dello strabismo del governo centrale.

Lei, grazie all’azione dell’Associazione Nord e Sud, ha posto innumerevoli volte l’attenzione sullo sviluppo della “Città della Scienza” che dovrebbe divenire un polo tecnologico e occupazionale, facendo conoscere ai giovani il mondo del lavoro e dell’innovazione. Possiamo approfondire l’attualità di questa idea e progetto?

Città della Scienza è una ferita aperta per me e per tanti napoletani. Il giorno dopo l’incendio, io ero lì per farla ripartire. E mettemmo in campo progetti e risorse, ben 40 milioni di euro. Stanno ancora tutti lì per colpa di una guerra per bande che vede il governo contro la regione, la regione contro il comune. L’effetto è uno solo: l’immobilismo. La mia proposta è chiara: Città della Scienza può diventare uno straordinario attrattore. Dal punto di vista culturale e turistico, perché un parco tecnologico attrezzato, come accade in altre parti del mondo, attira milioni di visitatori. E città della scienza è già uno straordinario contenitore, che va solo riattivato. Dal punto di vista tecnologico ed economico, perché città della scienza è ugualmente già un collettore di imprese del settore dell’innovazione e della ricerca scientifica. Grazie al lavoro degli anni passati, in quel contesto si sono sviluppate tante sinergie tra imprese di tutto il mondo che hanno trovato ulteriori fattori aggreganti nelle università campane. Insomma, siamo in presenza di un soggetto in grado di mettere l’area campana al centro dell’innovazione e della ricerca ma che trova un freno solo nella miopia di chi oggi governa.

Di quante e quali risorse può davvero disporre la Campania, al di là delle perenni campagne elettorali, per ripristinare politiche occupazionali e di contrasto alla criminalità minorile?

È inutile aspettarsi che, in questa stagione di egoismi territoriali, il governo a trazione nordista si faccia carico di investire davvero sul Sud. Infatti ci troviamo con 2 miliardi di investimenti in meno per il 2019 in Campania, sottratti dal Fondo Azione e Coesione nel silenzio generale. E ora anche l’Anas ha pure congelato 1,7 miliardi di opere stradali in Campania senza che qualcuno si sia levato a difesa. Quanto a Di Maio e i 5 Stelle, penso che probabilmente non se ne sono neppure accorti, tanto sono incompetenti e interessati solo alle loro finte battaglie moraliste. Una prospettiva però c’è. La prossima programmazione europea assegna alla Campania ben 12 miliardi di euro. Quindi ci sono tutte le condizioni per non perdere il tram, peraltro l’ultimo. Con una condizione precisa, però. Le risorse europee, per non finire sprecate, devono essere programmate. E questo si farà il prossimo anno, che è anche quello del rinnovo del presidente della regione. Chi si candida a governare, prima di proporre il suo nome o sventolare una bandiera, dica che vuole fare di questa montagna di soldi. Io ho le mie idee. A parte gli investimenti sulla formazione professionale, la Campania ha bisogno prima di tutto di un grande piano di rigenerazione urbana. La storia ci insegna che l’edilizia è il motore dell’economia. E gli Stati Uniti, anche stavolta, sono usciti dalla crisi proprio investendo su questo. E allora, in sinergia con il sistema delle imprese, mettiamoci mano. Non si tratta di aumentare le cubature, ma di ristrutturare, modernizzare, efficientare gli spazi. Eliminare la selva delle assurde regole burocratiche che ingessano inutilmente tutto (e che non hanno certo impedito 80mila alloggi abusivi) e riqualificare le case, con finanziamenti pubblici ai privati. Puntiamo sulla logistica, sui trasporti e il turismo. Con centinaia di straordinarie località turistiche e culturali, in grado di reggere il pil di un Paese, non solo di una regione, è inconcepibile che manchino strade adeguate, treni, aliscafi. È inaccettabile che, per esempio, a Pompei non ci sia offerta alberghiera: milioni di turisti ogni anno arrivano la mattina e poi vanno via perché non possono dormire da nessuna parte. Un’altra cosa. La Campania è ultima anche nella classifica della spesa per le politiche sociali. Se non ci sono asili nido, se non ci sono alloggi disponibili per chi resta per strada, se tua nonna col femore rotto non riceve alcuna assistenza, è chiaro che inizi a pensare che da noi lo Stato non esiste. Ecco perché bisogna investire sul welfare, togliendo le risorse al sistema della cooperazione alla “mafia capitale” che drena tutto quello che arriva, e mettendolo a disposizione dei cittadini per quello che serve loro davvero. Insomma, di fronte ad una classe politica totalmente inadeguata, io propongo le “primarie delle idee”. Per ridare speranza alla Campania, si scelgano i progetti, non i nomi, magari a tavolino, col manuale Cencelli.

Una riflessione sul futuro del Mediterraneo in rapporto ad Africa ed Europa. La regione Campania è fondamentale in questo asset geopolitico. Che prospettive regionali possiamo costatare nella Regione in rapporto all’apertura di nuovi mercati nel bacino del Mediterraneo?

Una volta Napoli era una delle capitali d’Europa. Oggi potrebbe esserlo del Mediterraneo. Anche qui però il percorso stenta perché, alle condizioni e potenzialità, non si accompagna una chiara visione e una precisa volontà. I porti e gli aeroporti della Campania devono essere aggregati e ristrutturati per accogliere il traffico dall’Africa e dai Paesi mediorientali. E invece le risorse, anche da questo governo, sono state dirottate al nord, proseguendo nello sciagurato disegno avviato dal ministro Delrio. L’idea delle Zone Economiche Speciali (Zes) rischia, dopo anni di parole, di restare un catalogo da convegno accademico. Mancano i decreti attuativi, mancano le sinergie e ancor di più mancano i soldi. In questa prospettiva, credo che la prima cosa sia lanciare una grande conferenza del Mediterraneo da tenere in Campania, invitando i Paesi dell’area. Una conferenza programmatica nella quale questa terra si candidi a coordinare e raccogliere proposte e iniziative, commerciali e economiche in primo luogo, da declinare poi nei territori. È ovvio che ci vuole un’istituzione regionale forte e competente per un progetto come questo. Anche per farsi ascoltare dal governo. È tempo di sradicare a Roma l’idea della politica campana come un contenitore di nani, ballerine, yesman e malfattori.