Il falso problema del 3 per cento

Nell’ambito di una campagna elettorale monopolizzata dallo scontro senza quartiere tra Lega e Movimento 5 Stelle, torna prepotentemente sul tappeto la questione del famoso vincolo del 3 per cento nel rapporto deficit/Pil. Un vincolo che Matteo Salvini ha ribadito di non tenere in grande considerazione, cosa che ha fatto scattare l’immediata reazione del rivale Luigi Di Maio, il quale ha dato dell’irresponsabile al ministro dell’Interno, reo di contribuire alla pericolosa risalita del famigerato spread.

Tuttavia sarebbe il caso di ricordare che solo pochi mesi fa, il 28 agosto del 2018 per la precisione, il signorino soddisfatto a capo dei grillini rilasciava una lunga intervista al Fatto Quotidiano nella quale, in estrema sintesi, considerava sbagliata tale regola e, pertanto, da superare nell’interesse del popolo sovrano. In quell’occasione il nostro ineffabile Giggino ritirò fuori una classica bufala a 5 Stelle, poi ampiamente smentita da chi ha effettivamente ha elaborato il Trattato di Maastricht, secondo cui un presunto funzionario del Governo francese si sarebbe inventato di sana pianta il citato vincolo di bilancio.

In realtà, come ha provato a spiegare un ben preparato economista della “Bocconi” allo sprovveduto deputato pentastellato Alvise Maniero, nel corso di Sky Tg24 Economia, il tanto contestato 3 per cento rappresentava, nel periodo in cui si stava realizzando l’unione monetaria, un limite ponderato in grado di consentire ai vari Paesi interessati di tenere sotto controllo il debito pubblico. Ciò in rapporto ai tassi medi di crescita nominale dell’epoca. Ma oggi, con una inflazione che stenta a ripartire e con una economia italiana praticamente stagnante da parecchi lustri, tale limite risulta del tutto superato. Superato ovviamente non nel senso che auspicherebbero i tifosi di una forsennata politica di deficit-spending: tutt’altro!

Con un costo medio del servizio del debito che tende a salire, grazie soprattutto le follie finanziarie delle scimmie al volante che guidano il Paese, l’andamento zoppicante dell’economia non consente fughe in avanti, rendendo praticamente obbligatoria una rigida disciplina di bilancio. In altri termini, se l’aumento degli interessi che paghiamo sul debito è superiore a quanto cresciamo, il debito medesimo non può che avvitarsi in una spirale molto pericolosa, così come ha ammonito giovedì scorso il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel corso di una importante conferenza in Israele.

In questo senso, all’interno di uno scenario al confine tra la stagnazione e la vera e propria recessione, gravati da un debito pubblico che viaggia verso il 135 per cento del Prodotto interno lordo, l’ultima cosa da fare è proprio quella di annunciare miracolistici sforamenti nel deficit. Sarebbe come ammettere di non avere alcuna intenzione di tenere sotto controllo la sostenibilità del secondo debito pubblico d’Europa, creando di conseguenza grande allarme presso gli investitori mondiali. Una linea la quale potrà pure far aumentare nell’immediato i propri consensi, ma che se a lungo mantenuta, anche dopo il redde rationem del 26 maggio, rischia di portare l’Italia fuori dai mercati finanziari globali. E da questo punto di vista, per me Di Maio e Salvini pari sono.