Risparmio italiano e finanza cinese

Gli accordi tra Italia e Cina ampliano notevolmente l’ingerenza cinese (direi orientale) nella vita economico-finanziaria italiana. Aspetto che, unito alla globalizzazione di affari e ricchezze, potrebbe rendere sempre meno tutelato (per non dire schiacciato) il piccolo risparmiatore italiano. Quest’ultimo, come ho più volte sottolineato con l’amico Filippo de Jorio (avvocato e professore di diritto amministrativo), versa ancora in stato comatoso a causa delle truffe perpetrate da varie istituzioni bancarie italiane (ultimo il caso Carige, Cassa di risparmio di Genova). Non dimentichiamo che agli imprenditori cinesi, bengalesi ed indiani è possibile operare in Italia transazioni in contante senza limite. Per esempio, se un cinese volesse comprare beni immobili o merci per valori superiori ai 100mila euro ne avrebbe facoltà, e senza al alcun obbligo di tracciabilità del danaro, ovvero senza dichiarare che la somma rivenga da evasione fiscale, affari di tipo mafioso od eventuali altre tipologie riconducibili al riciclaggio.

Diversamente, il cittadino italiano, che ha ceduto beni e servizi al cinese, se dovesse versare la somma per contanti in banca (per importi superiori ai tremila euro) dovrebbe compilare un enorme quantitativo di documentazione, che certifichi i soldi non provengano da evasione, mafia, riciclaggio… Un trattamento che di fatto discrimina il cittadino italiano rispetto ai sedicenti imprenditori orientali. Trattamenti potrebbero ampliarsi per garantire maggiore libertà d’impresa ai cinesi, mettendo di fatto in un angolo l’italiano medio per forza di circolazione del danaro. Con Filippo de Jorio avevamo pensato d’allertare il presidente della Repubblica, in considerazione del suo ruolo di garante costituzionale anche del risparmio (non dimentichiamo che i sacrifici bancari del cittadino vengono tutelati dalla Carta). Poi s’è pensato di soprassedere (per il momento): oggi preme vada avanti la “class action” (azione collettiva) perché vengano rifusi capitale e danni ai 56mila piccoli e medi azionisti della Carige. E perché i grandi azionisti, quando si saranno sincerati dell’andata a buon fine della vendita di Carige alla francese Société Genérale, avranno la forza sufficiente a sfuggire a processi penali e civili.

Se questo avvenisse nessun cittadino comune italiano avrebbe più fiducia nelle banche, e si terrebbe tutti i soldini sotto il mattone (il famigerato “paradiso domestico”). E, se si consumasse il nefando evento, i grandi azionisti fuggirebbero all’estero, lasciando il piccolo tessuto d’imprese e risparmi nelle mani dei cinesi: questi ultimi già gestiscono il 70% delle grandi attività portuali italiane, così i genovesi diverrebbero sottoposti dei finanzieri cinesi. Di questo passo salterà fuori pure chi vorrà rivedere in chiave cinese la nostra Costituzione, scrivendo che si tutelano solo i risparmi cinesi.

Proprio dalle pagine de L’Opinione, circa un anno e mezzo fa, raccontavamo l’ultimo suggerimento dell’Ue per colpire il risparmio degli italiani: per bocca di Stefano Simontacchi (ventriloquo del Gruppo Birdemberg direttore del Transfer Pricing Research Center dell’Università di Leiden, Olanda, e consigliere di Rcs MediaGroup) leggevamo su Corsera che «una volta entrati nel sistema bancario, i soldi dovrebbero essere monitorati per impedire che vengano impiegati per usi incompatibili con l’attività del titolare». Per Simontacchi, «si sta presentando un’occasione imperdibile per reperire i fondi che mancano per gli interventi a favore della crescita». Ma a quali soldi alludono? Soprattutto chi dovrebbe essere colpito dalla iniziative che l’Ue vorrebbe imporre al ministero dell’Economia?

Nell’occhio del ciclone ci sono sempre i soldi che gli italiani avrebbero occultato sotto il mattone, creando (secondo i soliti prezzolati dagli “investitori istituzionali”) un “danno al sistema bancario del paese ed Ue”. Il danaro dei “paradisi domestici” (equivalente interno dei “paradisi fiscali” esteri) ammonterebbe secondo stime dell’Abi a 150 miliardi di euro, circa il 10 per cento del Pil italiano. Ecco che il soldo dell’italiano medio, già turlupinato dalle banche (Carige, Etruria, Marche…), terrorizzato dall’idea che i suoi depositi possano venire azzerati per non chiare “ragioni di stato”, viene bollato dal Corriere della Sera come “un enorme fiume sotterraneo di «liquido» che alimenta l’economia sommersa nella quale sguazzano beati evasori fiscali e criminali e che preoccupa magistrati e forze di polizia che per farlo riemergere vedono come soluzione una nuova voluntary disclosure e norme che incoraggino l’uso della moneta elettronica”

Dichiarazioni di menti non aduse al risparmio quotidiano, al dover fare i conti con la penuria di mezzi economici. Come al solito gli esperti del piffero usano paragonare i dati sulla circolazione di denaro in Italia a quelli di Olanda, Svezia, Germania, Norvegia… dimenticando che il Belpaese è ormai intristito e depresso a causa delle scelte monetarie dettate dai paesi ricchi dell’Eurozona. Poi ci si domanda cosa avrà mai nella zucca chi vorrebbe convertire ad home-banking ed e-commerce pastori e contadini italiani, ridotti alla miseria da una selva di normative Ue partorite dai compari dei cosiddetti “investitori istituzionali”.

Se in Italia 87 operazioni su 100 avvengono in contanti, mentre la media dei paesi Ue è di 60, evidentemente gli italiani non si fidano delle banche, soprattutto sono stufi di pagare i tanti costi occulti che si celano in ogni operazione con moneta elettronica. Durante il governo Monti del 2012 e poi nel 2014, il ministero dell’Economia e finanze ripeteva che «l’eccessivo uso del contante e l’economia sommersa influenzano negativamente in modo significativo il livello di rischio-Paese… il contante è il mezzo di pagamento preferito per le transazioni riferite all’economia informale ed illegale». Proprio nel 2012 pioveva sugli italiani il limite al prelievo bancario contanti di 1000 euro, quindi Pierluigi Bersani del Pd proponeva di abbassare il tetto del contante a 200 euro. Sempre da quell’area politica c’era chi proponeva il limite di 1000 euro alla tesaurizzazione domestica del contante, invitando l’esecutivo a normare il settore, in modo che la Guardia di Finanza potesse intervenire nelle case degli italiani con “paradisi domestici” superiori ai 1000 euro: in parole povere estendere l’articolo 41 del decreto di pubblica sicurezza (che per ora riguarda solo il fondato sospetto di armi e droga) alle circostanze di tesaurizzazione privata superiori ai 1000 euro.

In quest’ottica si starebbe già muovendo la Bce che, oltre a non immettere più banconote da 500 euro nei paesi della fascia povera Ue, ha deciso di sospendere dal 2018 l’emissione delle banconote da 500 euro. La scusa è che sarebbero diventate il mezzo preferito dalla criminalità e dal terrorismo per trasportare denaro. Per l’Italia, l’invito dell’Ue a combattere con ogni mezzo i soldi sotto il mattone sarebbe stato camuffato dalla scusa “la corruzione si alimenta in contanti”. L’Ue (asse franco-tedesco) vuole il “conflitto tra contribuenti”: ovvero la delazione, la denuncia del vicino di casa che spiffera alle forze di polizia chi nel condominio tesaurizzerebbe più di 1000 euro per contati. Ecco perché il contribuente-risparmiatore, turlupinato da banche ed istituzioni varie, potrebbe decidere di votare alle elezioni europee per partiti che garantiscano il mercato interno: ovvero chiusura all’internazionalizzazione finanziaria, risarcimento degli italiani danneggiati dalle banche, una robusta interruzione della svendita del sistema Paese a cinesi e stranieri vari. Perché, presi dal turbinio di transazioni finanziarie di colore “giallo”, Banca d’Italia ed esecutivo potrebbero dimenticare i piccoli risparmiatori. Questi ultimi, ora invisi ad Ue e banche italiane, vengono salutati dai cinesi solo come consumatori da tosare. Eppure, la nostra bella Costituzione ricorda anni davvero belli, quelli d’una Nazione che risparmiava e si costruiva casa con i lavori in economia. Mai si vorrebbe tra un decennio finire tutti in capanne a mangiare riso.