Le favole contabili di un Paese fallito

Sul tema delle opere pubbliche, con maggiore insistenza rispetto al passato, nel mondo incantato della politica-spettacolo si danno letteralmente i numeri in merito ad una presunta valanga di quattrini bloccati dalla farraginosità del sistema burocratico. C’è chi addirittura parla di circa 120 miliardi di euro giacenti nei tanti misteriosi forzieri pubblici i quali, se liberati dalle pastoie normative – ad esempio il famigerato “Codice degli appalti” – che li ingessano, darebbero una poderosa spinta in avanti alla nostra traballante economia. A tale proposito, da poco insediato al ministero dell’Economia, Giovanni Tria fece ascendere a 150 i miliardi stanziati nel bilancio per i prossimi 15 anni, di cui ben 118 attivabili immediatamente.

Ovviamente si tratta dell’ennesima pallottola d’argento, al pari di quella altrettanto mitica dello sblocco integrale dei debiti della Pubblica amministrazione verso le aziende private, con cui risolvere d’un colpo tutti i nostri guai, ad uso e consumo dei gonzi e degli sprovveduti. In altri termini, siamo di fronte alla classica scorciatoia contabile, presa per oro colato da una informazione sempre poco attenta dal lato dell’attendibilità delle cifre divulgate dalla politica, con cui si vorrebbe dare ad intendere ad un popolo dominato dall’analfabetismo funzionale che si tratterebbe solo di impiegare meglio le enormi risorse che lo Stato onnipotente detiene in gran copia.

Ma in realtà, proprio perché si parla sempre di stanziamenti contabili, scritti sostanzialmente sull’acqua nell’ambito di un Paese sempre più dipendente dai compratori del suo colossale debito pubblico, i quattrini sul piano della cassa non ci sono affatto. In pratica, per rendere meglio il concetto con un famoso esempio storico, i famosi stanziamenti vanno e vengono all’interno dei vari bilanci di previsione presentati dai Governi di turno allo stesso modo degli aerei, anch’essi in verità assai scarsi, di Benito Mussolini. In breve, per impressionare gli italiani, sembra che il dittatore facesse girare lungo l’intera Penisola sempre i medesimi velivoli. Allo stesso modo, con un analogo fine propagandistico, si fa passare molto all’ingrosso l’idea di un sistema pubblico gonfio fino a scoppiare di risorse liquide – qualcosa di simile al deposito di Paperone – che solo a causa dell’insipienza di “chi c’era prima” non sono state spese a beneficio dell’intera collettività.

Naturalmente il piccolo dettaglio che nega in radice un simile assunto, ovvero l’eccesso oramai storico di spesa pubblica di natura corrente (eccesso che con la meravigliosa manovra del popolo rischia di far esplodere il bilancio dello Stato), viene da sempre artatamente sottaciuto. In tal modo potremmo continuare a cullarci nella catastrofica illusione di vivere sopra un enorme tesoro da spendere in misure per rilanciare lo sviluppo, quando in realtà ciò di cui siamo immensamente ricchi sono gli enormi debiti che la politicaccia di tutti i colori continua a caricarci sul groppone. Chiamalo voto di scambio se vuoi.