Edilizia, la grande crisi: cantieri fermi valgono 36 miliardi di euro

Le opere bloccate o mai avviate in Italia sono oltre 600 per un valore di circa 36 miliardi, senza calcolare l’indotto, e 350mila posti di lavoro, più della metà dei 620mila persi nel settore delle costruzioni negli ultimi 10 anni. Nello stesso periodo hanno chiuso 120mila aziende.

A mettere insieme i numeri della crisi che sta devastando il settore delle costruzioni, la Filca Cisl, in vista della mobilitazione generale del settore organizzata dai sindacati confederali per venerdì 14 marzo. L’allarme è forte con il rischio che l’insieme dei fattori concomitanti, dal rallentamento dell’economia, ai nodi della politica, all’eredità di sovrapproduzioni e bolle degli anni passati provochino la tempesta perfetta del settore. Il valore dell’edilizia nel Pil nazionale è passato dall’11,5% del 2008 (prima della crisi) all’8% attuale. Nello stesso periodo il valore delle costruzioni nel Pil è crollato dal 29% al 17%.

Nel periodo 2008-2018 c’è stata una riduzione di 36 miliardi di euro di investimenti nelle nuove costruzioni residenziali, di 15 miliardi nelle costruzioni non residenziali private e di 26 miliardi in opere pubbliche. La crisi ha travolto molte delle più grandi aziende del settore: tra le ultime in ordine di tempo, Astaldi, Condotte, Cmc. Nel bilancio dello Stato sono stanziati 150 miliardi in 15 anni per gli investimenti pubblici, già scontati nel deficit. Di questi, 118 miliardi sono considerabili immediatamente attivabili. Ma secondo il sindacato procedure complesse e capacità progettuale insufficiente ne complicano l’utilizzo, tanto da rendere biblici i tempi di realizzazione delle opere. Per la messa in pratica di opere di impatto minimo, dal valore di 100mila euro, ci vogliono 2 anni, che salgono a 15 per quelle sopra i 100 milioni.

“Rinunciare alla Tav vorrebbe dire essere tagliati fuori dall’Europa”, afferma Franco Turri, segretario generale Filca-Cisl, ma più in generale “attualmente l’unica certezza è che ci sono miliardi di euro pronti per essere cantierati e territori che hanno disperatamente bisogno di manutenzione delle opere e di infrastrutture, ma i cantieri continuano ad esser chiusi o mai aperti”. “Qual è il vero nodo della questione? Prima si diceva che non ci fossero risorse, ma oggi i soldi ci sono, sia nostri che dell’Unione europea. La macchina si è fermata e sembra quasi che ci sia una volontà collettiva di non agire, ma in questo modo si nega il futuro al Paese, che invece ha bisogno di edilizia, quella di qualità: penso alla messa in sicurezza dal rischio sismico e da quello idrogeologico, penso all’edilizia scolastica e ospedaliera, alla messa in sicurezza di strade, ponti, viadotti, al consumo energetico delle abitazioni e delle imprese, di recupero dei centri storici”.