Il costruttore Francesco Bachetoni spiega a “L’Opinione delle Libertà” il senso delliniziativa annunciata ieri sul nostro giornale che coinvolgerà i principali esperti e addetti del settore per quella che si preannuncia come una campagna che intende sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema del Codice degli appalti.

Ingegner Bachetoni, questo slogan “Ora basta!” non lascia molto margine all’immaginazione. Cosa rimproverate al Codice degli appalti?

Di avere, nel tempo, data la sua sostanziale inapplicabilità, ingessato i finanziamenti pubblici nel settore delle costruzioni e delle grandi opere pubbliche. Ormai risale a tre anni fa e anche il governo precedente si era impegnato a fare un correttivo, che c’è stato ma insignificante, e che sostanzialmente non ha cambiato le cose. Inutile dire che anche l’attuale esecutivo si era impegnato con promesse altisonanti sia del ministro Salvini sia di quello dei Lavori pubblici, Danilo Toninelli. Nessuna modifica è stata fatta.

Con questa cultura del sospetto e con il terrore dei pubblici funzionari per il reato di abuso di ufficio e delle richieste di danno erariale alla Corte dei conti non si rischia che si fermi tutto?

Non è un rischio, è una realtà, si è già fermato tutto. L’amministratore pubblico si trova in una posizione difficile. Con questa norma dell’offerta economicamente più vantaggiosa, per quasi ogni tipo di appalto, si esita a bandire le gare perché si sa che il secondo arrivato farà ricorso o denuncerà.

Cosa prevede il concetto di “offerta più vantaggiosa”?

Prevede che per un progetto esecutivo messo in gara vadano fatti miglioramenti. Che vengono però scritti sull’acqua, per cui il committente si rifiuta di aggiudicare la gara per paura di un ricorso dell’impresa arrivata seconda o per danno erariale o di inchieste in cui si ipotizza a suo carico il reato di corruzione.

Magari grazie a una provvidenziale lettera anonima…

Quelli che arrivano secondi nelle gare non ci pensano due volte. Era meglio lo “scarto automatico” che si usava una volta per le offerte anomale. Lasciare la discrezionalità alla pubblica amministrazione provoca queste conseguenze.

In questo quadro le grandi opere e la ricostruzione veloce delle zone terremotate rimangono degli slogan da campagna elettorale?

Purtroppo sì. Nella mente di chi ha scritto il codice e della stessa Anac di Raffaele Cantone questa doveva essere la panacea per gli appalti. Mentre ogni volta che si deve realizzare qualche importante opera con un minimo di celerità bisogna usare la formula delle deroga. Le faccio un esempio: il Ponte Morandi crollato a Genova. Se non ci fosse stata una deroga al codice degli appalti, il lavoro sarebbe stato affidato fra tre anni con ricorsi, eccetera. Tutte le volte che esiste una qualsiasi scadenza, anche non immediata ma precisa, le amministrazioni aggiudicatrici non possono seguire la procedura del codice degli appalti. È una realtà incontestabile. Se parliamo del terremoto del centro Italia, oggi, a distanza di dieci anni dal sisma de L’Aquila, i lavori procedono anche se lentamente. Per quelli di Amatrice e dintorni le prospettive sono diverse. Se non vanno in deroga o se non modificano il Codice degli appalti, si dovranno attendere ancora anni.

Fin qui la diagnosi del “male”. Esiste anche una cura?

Il Codice degli appalti va abrogato e si deve applicare la normativa europea. Non c’è altra soluzione. Al punto in cui siamo i pannicelli caldi non servono. Il codice infatti parla di “progetti esecutivi”. Ma le amministrazioni non riescono a redigerli e quindi i lavori non vengono aggiudicati per mancanza di progetti. C’è anche la mancanza di denaro all’origine. L’amministrazione non è mai pronta: né con il progetto esecutivo, né con la commissione aggiudicatrice e neanche con il bando di gara. Bisogna fare i conti con questa realtà, non con quelle accademiche. È veramente Caporetto.

C’è pure questa brutta storia del fallimento delle imprese del settore costruzioni?

Delle prime cinque imprese italiane, tre sono in concordato preventivo o amministrazione controllata. Se vuole le faccio i nomi: Astaldi, Condotte e Cmc. Come pensano i nostri governanti di metterci una pezza? Vorrebbero creare un pool di imprese che rilevino i lavori che hanno in pancia relegando a una bad company tutti i debiti. Sul modello usato per le banche. Solo che c’è un particolare: questi colossi, che hanno crediti enormi proprio con la Pubblica amministrazione, con chi hanno invece i debiti? Glielo dico io con chi: non solo con le banche, ma con tutte le piccole e medie imprese della filiera dell’edilizia che se venissero dirottate a soddisfarsi con una proporzione di uno a dieci con le bad companies andrebbero tutte fallite. Con una perdita di posti di lavoro da stimare prudentemente sulle 100mila unità. Che si aggiungono alle altre 500mila provocate dalle scelte del governo Monti in materia di case ed edilizia.

C’è questa tendenza a una cripto-nazionalizzazione di tutto o mi sbaglio?

La filosofia è quella. I nostri legislatori vorrebbero addirittura che un’impresa che sta in concordato preventivo continui a partecipare alle gare. Ma questo è al di fuori di ogni ragionevolezza e creerebbe le premesse per un contenzioso giudiziario pressoché infinito. Uno si chiede: ma questi come fanno le leggi?