Crollo della produzione industriale: la via d’uscita

L’Istat ha certificato che la produzione industriale in Italia nel mese di novembre è diminuita dell’ 1,6 per cento su ottobre e del 2,6 per cento rispetto al corrispondente mese dell’anno precedente. È il calo maggiore dall’ottobre 2014.

Un dato negativo che ha fatto alzare in volo gli stracci intinti nella palta, lanciati dal campo delle opposizioni contro le postazioni del Governo. Sul fronte opposto, le truppe giallo-blu si sono difese usando come scudo l’abbattersi della recessione su tutta l’economia europea. Non sbagliano ma quella che raccontano è una mezza verità. È reale il calo della produzione industriale su base mensile in Germania per un -1,9 per cento, in Francia -1,3 per cento, in Spagna -1,5 per cento e in Gran Bretagna - 0,4 per cento. Ciò che sta accadendo era stato largamente previsto e francamente non se ne può dare colpa all’attuale Esecutivo. Purtroppo, però, il rovescio della medaglia è che non sia dato stimare la capacità reattiva del Governo giallo-blu il quale dovrebbe azionare le contromisure non fra anni o mesi, ma tra settimane se non giorni per evitare che la tempesta raggiunga i conti dello Stato.

Il vice premier Luigi Di Maio qualche giorno fa si è lasciato scappare un’affermazione alquanto bizzarra che ha suscitato una generale ilarità. Il grillino ha dichiarato che il 2019 sarebbe stato per l’Italia l’anno di un nuovo boom economico. In effetti il giovane politico ha espresso in modo maldestro un concetto che ha un suo fondamento. Come i dati sulla produzione industriale attestano, a trascinare in basso le previsioni di crescita è principalmente il comparto dell’automotive. La produzione di novembre in questo settore ha registrato un calo del 19,4 per cento su base annuale, al minimo dall’ottobre 2012, e dell'8,6 per cento su base mensile. Non è una novità che l’andamento del sistema industriale italiano sia condizionato dalla curva produttiva dell’auto.

Ora, se in passato veniva pacificamente accettato dalla politica che lo sviluppo economico del Paese fosse subordinato alle sorti della sua maggiore impresa nazionale, la Fiat, non è detto che debba continuare ad essere così. In primo luogo perché la casa costruttrice di automezzi da anni non è più italiana, nel senso che le sue policies hanno smesso di essere organiche ai piani di crescita dell’economia nazionale. Fiat Chrysler Automobiles (Fca) oggi è un gruppo multinazionale i cui centri di comando sono ubicati in luoghi molto distanti dall’Italia e ciò che del vecchio colosso Fiat sopravvive nel nostro Paese sono soltanto alcune unità produttive. Tale evidenza dovrebbe sollecitare le odierne classi dirigenti a pensare un futuro slegato dalle sorti della casa automobilistica. Se si vuole rimettere il nostro Prodotto interno lordo in linea con quello degli altri Paesi europei è necessario che l’azione di Governo indirizzi le risorse disponibili verso i campi inesplorati delle nuove produzioni ad alti standard qualitativi. Forse a un tale rimescolamento delle carte della programmazione economica il vice premier Di Maio pensava quando ha pronunciato l’inappropriata espressione “boom economico”. Tuttavia, fidarsi dell’inesperienza del partito di maggioranza relativa è quanto meno rischioso. Troppi sono i segnali contraddittori che giungono dalla sponda pentastellata.

Tralasciando le polemiche sulla conclamata idiosincrasia grillina per le grandi opere pubbliche, a preoccupare sono soprattutto gli indirizzi di politica industriale. I precedenti governi di centrosinistra si sono consegnati alle richieste del comparto dell’automotive investendo sulle tecnologie per la produzione delle auto elettriche. Ma siamo certi che sia stata la strada giusta? Ugualmente i grillini, infatuati delle tematiche ambientaliste, si sono lasciati abbacinare dal grande inganno dell’auto elettrica. Essi non si rendono conto di quanto possa essere scivolosa la strada intrapresa. E se una volta a regime la produzione dell’auto elettrica si rivelasse un affare a vuoto, considerando anche l’alta incidenza dei costi di adeguamento delle infrastrutture, propedeutico allo sviluppo della mobilità autoveicolare alimentata dall’elettricità? Ma non è tutto. L’altro vulnus che pregiudica la tenuta del sistema Paese è costituito dalla scelta compiuta fin dagli anni Novanta del secolo scorso di privilegiare la propensione all’export del nostro apparato industriale, in parte vocato a svolgere un ruolo ancillare rispetto alla forza trainante della produzione industriale tedesca. Contestualmente però sono stati penalizzati, come è avvenuto a molti segmenti del settore economico primario, i comparti del secondario connessi alle produzioni destinate al mercato interno. Stessa sorte è toccata, nel terziario, alle filiere della distribuzione tradizionale divorate dall’espansione incontrollata dell’e-commerce. Il laissez-faire della politica prone al mito della globalizzazione ha squilibrato il sistema economico nazionale con la perniciosa conseguenza di agganciare l’andamento del Pil alle oscillazioni, in alcuni casi alle fibrillazioni, del mercato globali. L’aver ignorato le potenzialità economiche endogene di una popolazione di 60 milioni di individui, mediamente propensa al consumo in condizioni di tenuta del potere d’acquisto dei salari, è stata una scelta strategica sbagliata.

Pur con qualche confusione di idee, l’attuale Esecutivo ha mostrato di voler sovvertire la condizione di diffuso impoverimento nella quale sono state precipitate significative fasce della società dalle politiche di austerity praticate su direttive dell’Unione europea. L’idea forte contenuta nell’ultima manovra finanziaria si focalizza sulla messa in circolazione di un’ingente massa monetaria, funzionale a stimolare la domanda interna. Potrebbe rivelarsi la carta vincente contro la stagnazione economica, a patto però che venga giocata subito e con grande determinazione. Sarà questo Governo all’altezza del compito? Non dovremo attendere a lungo per averne risposta.