L’occasione della riforma fiscale

Per chi, come l’Istituto Bruno Leoni, si batte da mesi perché il paese metta all’ordine del giorno una profonda riforma del sistema fiscale e dell’assistenza, scoprire che proprio questo potrebbe essere uno dei punti caratterizzanti dell’eventuale prossimo governo è molto più che una buona notizia. È la conferma che quella che sembrava una iniziativa con apparentemente ben poche possibilità di riuscita era, in realtà, niente altro che la espressione di una consapevolezza ampia e diffusa.

Ciò detto, è difficile sfuggire all’impressione che – a quasi cinquant’anni di distanza dall’ultima vera riforma fiscale – della riforma prossima ventura altro non ci sia se non un titolo (la flat tax) e qualche indicazione di massima (le due aliquote, ad esempio, o la modulazione delle deduzioni per carichi familiari). Un po’ poco, francamente. Perché è poi dai dettagli (la dimensione delle aliquote e della quota esente, la scalettatura di alcune deduzioni ed il destino di altre, il rapporto fra imposta personale riformata ed altri segmenti del sistema fiscale dalla imposta sui redditi delle società alle tante imposte cedolari oggi in vigore, la coerenza fra imposizione personale e trasferimenti monetari alle famiglie...) che dipenderà la natura della riforma e la sua capacità di segnare una cesura rispetto al sistema vigente il cui esaurimento è sotto gli occhi di tutti. Così come è dalla entità della riduzione della pressione fiscale complessiva e dalle modalità di copertura della riforma che dipenderà la presenza o meno di una discontinuità rispetto ad un pluridecennale passato segnato da una pressione fiscale in ininterrotta crescita, dalla abitudine ai disavanzi pubblici, dal ricorso irresponsabile al debito pubblico. Così come, infine, starà nei comportamenti quotidiani (il rispetto dello Statuto del contribuente, per esempio) la prova provata della volontà innovativa del legislatore tributario.

Una profonda riforma fiscale è l’occasione – assai più che le tante riforme istituzionali avanzate e regolarmente bocciate negli ultimi vent’anni – per riscrivere le regole del nostro vivere civile. Per ridefinire il rapporto fra i cittadini e lo Stato. Nel bene e nel male la riforma di cinquant’anni fa fu anche questo. Meno, forse, di quanto i suoi iniziali proponenti volessero. Ma certamente fu anche questo. Nel momento in cui scriviamo queste righe non è dato sapere se la legislatura avviata con le elezioni del 4 marzo scorso produrrà o meno un governo politico. Se così fosse, l’occasione della riforma fiscale ne costituirà con ogni probabilità il più importante (e severo) banco di prova.

(*) Editoriale dellIstituto Bruno Leoni