La coscienza dell’economia

venerdì 22 settembre 2017


L’Italia può essere descritta solo in termini di Prodotto interno lordo o di ammontare del debito pubblico? Crediamo veramente che la ripresa passi per la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori? O che con il bonus degli 80 euro risolviamo tutti i nostri problemi?

Prima di intraprendere gli studi universitari consideravo l’economia come una materia ostica il cui gergo composto, perlopiù, da grafici, sigle e percentuali era per me indecifrabile. Almeno fino a quando non conobbi più da vicino questa scienza che ancora oggi continua ad affascinarmi. Quando rifletto su ciò che mi è stato insegnato provo un certo sconforto nel seguire le vicende d’attualità politica nel nostro Paese. Mi spiego meglio. Economia è una parola di origine greca, composta da oikos, cioè casa, e nomos che vuol dire dividere, ripartire. Letteralmente sta a significare “amministrazione della casa”, ma il senso lo possiamo estendere anche alla comunità, alla società o allo Stato. Pertanto, proprio come avviene nella gestione domestica, l’obiettivo primario dell’economia dovrebbe essere il sostentamento materiale dei cittadini, delle imprese, delle istituzioni e dei governi. L’economia, infatti, non è una scienza esatta ma una scienza sociale intrecciata a numerose variabili, e fra queste la “variabile umana” dovrebbe stare al primo posto.

Tuttavia, nell’attuale ciclo storico, il “valore della vita” è completamente assoggettato ai meccanismi di un sistema economico e finanziario che sembra impazzito e che domina incontrastato su tutte le attività umane e sui rapporti sociali. Con il pretesto del debito, i governi impongono dappertutto piani di riduzione delle spese pubbliche che vanno a ledere, in primis, le istituzioni vitali per il bene comune: scuola, sanità, giustizia, ricerca, sicurezza sociale. Se il nostro Pil non cresce la colpa non è certo delle nostre imprese che hanno saputo reagire alle nuove sfide internazionali rinnovandosi e creando valore. A zavorrarci è piuttosto il crollo del mercato interno e le cause vanno cercate in Europa, nelle politiche dell’austerity. La politica del rigore senza crescita minaccia qualsiasi possibilità di rilancio dell’economia.

Ma la crisi ci ha fatto capire anche un’altra cosa: la sfida che ci troviamo ad affrontare non è solo di natura finanziaria, i suoi effetti, infatti, sono andati ben al di là delle sconfitte economiche. Con il calo dell’occupazione e il conseguente aumento della povertà è emerso il lato più oscuro di questo difficile momento storico: i suicidi. Non ho certo la pretesa di entrare nel merito di un argomento delicato a cui autorevoli scienziati sociali hanno dedicato le loro ricerche e i loro studi, ma non dedicargli neppure una menzione significherebbe venire meno a un dovere morale oltre che sociale perché è un fenomeno che ci riguarda. Riguarda tutti noi, nessuno escluso.

I colpevoli di questo disagio esistenziale, che nelle forme più insopportabili può indurre una persona a porre fine alla propria vita, sono i debiti, le banche, i mutui, i tassi di interesse, le società di riscossione crediti. I suicidi per ragioni economiche sono una vera e propria piaga sociale che non può e non deve essere sottaciuta e che impone l’obbligo della riflessione, dell’attenzione e, soprattutto, di una rivisitazione dell’interpretazione stessa che ne viene data. Troppo spesso le ragioni vengono individuate nella “depressione” spostando così l’attenzione dal problema oggettivo alla sfera psicologica. Eppure non è difficile comprendere le ragioni di natura “prettamente sociale” legate alle condotte suicidiarie. Lo aveva ben compreso Émile Durkheim, padre della sociologia, che aveva individuato in quella che definisce “anomia”, ovvero la rottura degli equilibri della società e lo sconvolgimento dei suoi valori, la causa dell’estremo gesto precisando che “il suicidio anomico non dipende da come gli individui entrano a far parte di una società, ma da come ne sono sottomessi”.

Il gesto suicida viene, quindi, interpretato come un atto di libertà contro una società repressiva. Le ragioni del suicidio vanno ricercate non tanto nella crisi economica o nella recessione quanto piuttosto nel disordine della nostra società e, più in generale, nelle fasi di trasformazione e di frantumazione dell’equilibrio sociale. Ho aperto questa piccola e triste parentesi perché credo che sottovalutare il fenomeno suicidario significa negare o sottovalutare l’interregno che si cela dietro una depressione economica: la disgregazione dei valori fondamentali della civiltà umana. La crisi sta minacciando proprio i fondamenti che sostengono la socialità umana: la fiducia, la verità e la cooperazione. Senza di essi la politica e l’economia sono impraticabili.

Quella che serve non è solo una manovra economica. La “crisi epocale” che stiamo attraversando sta spostando i modi “insostenibili” di vivere, pensare e agire al loro limite imponendo un cambiamento radicale dei paradigmi e delle posizioni di potere che dominano le nostre vite, ma non le nostre coscienze. Sono, infatti, convinto che sia ancora possibile credere nella dimensione etica dell’agire umano, sociale e politico per riscattarsi e uscire da un sistema ormai giunto al collasso e la cui “irrazionalità” sta compromettendo i valori fondamentali della civiltà umana.

La risposta al progressivo decadimento della dignità umana è nella promozione e divulgazione di una cultura di alto valore che sappia conservare e valorizzare le differenze e le specificità degli individui e delle comunità. Globalizzazione non deve divenire sinonimo di omologazione.

Possiamo riconquistare la fiducia in noi stessi e nella nostra Nazione solo attraverso il recupero dei nostri valori e della nostra identità e tutelando le tradizioni e le peculiarità storico-culturali che ci caratterizzano. L’auspicio è che l’Italia torni a credere in se stessa focalizzandosi sui suoi punti di forza come la vocazione imprenditoriale, la tradizione artigiana, l’ingegno, la creatività e la bellezza di cui possiede un patrimonio unico e inimitabile. Per uscire da questa turbolenza la strada è già tracciata. L’Italia non deve temere di costruire circostanze favorevoli partendo proprio da questi punti di forza il cui potenziale è ancora tutto da esprimere.


di Andrea Di Maso