Su l’Iva, giù (forse)
il cuneo fiscale

di Cristofaro Sola

20 aprile 2017ECONOMIA

 

Gentile ministro Pier Carlo Padoan, ci aiuti a capire: sta davvero pensando di aumentare l’Iva per finanziare la riduzione del cuneo fiscale? Sarà che non siamo aquile, ma non cogliamo il nesso tra le due misure. In verità, una cosa del genere ci sembra una boiata pazzesca. Caro ministro, siamo impazziti o che altro? Si rende conto che una stangata sull’Iva si rifletterebbe drammaticamente sui consumi interni, già depressi di loro? Abbiamo in Italia il mondo della piccola e media impresa che, insieme a quello del lavoro autonomo e del commercio, costituisce l’ossatura del sistema produttivo. Dovremmo avere maggiore rispetto per questo dato incontrovertibile e la politica dovrebbe farsi in quattro per aiutare quell’ossatura a restare in piedi. Invece, sembra che sia di moda spaccare le ossa ai più deboli. Si dirà: è una partita di giro. La tesi è: con l’abbassamento della pressione fiscale sui lavoratori, da una parte si toglie e dall’altra si dà. Se fosse vero pensate che funzionerebbe? Non è bastata l’esperienza fallimentare del “bonus” degli 80 euro, inventato da Matteo Renzi in tempo per vincere facile le elezioni europee nel 2014? I fatti hanno dimostrato che i denari trattenuti in busta paga dai beneficiari della misura, a causa del grave stato d’incertezza psicologica che permane nel Paese dopo quasi un decennio di crisi economica, non sono stati reimmessi nel circuito dei consumi. Perché dovrebbe accadere adesso? Quindi, se abbiamo capito bene, alla mazzata (certa) dell’aumento dell’Iva non è detto che corrisponderà uno stimolo alla crescita economica e agli investimenti.

È dunque questa la “ricetta Padoan” per la ripresa? Dubitare è legittimo, non crederci è d’obbligo. È tuttavia comprensibile che qualche corpo intermedio che ha ridotto la propria ragione sociale all’esclusiva difesa degli interessi delle grandi aziende esportatrici possa aver plaudito all’idea. Siamo onesti, a chi fa affari con l’export non frega nulla di incrementare il mercato interno. È la politica che dovrebbe preoccuparsi di guardare a 360 gradi. Il fatto che la bilancia commerciale sorrida ai produttori del “made in Italy”, posto che tutto ciò che passa per tale sia davvero italiano e non benefici solo di un’etichetta di comodo, ci procura gioia e orgoglio. Ma non basta. Bisogna anche pensare agli italiani a casa loro: consumatori o produttori che siano. E comunque la si giri far costare di più i beni al dettaglio, per effetto dell’aumento di un’imposta indiretta sulla ricchezza che viene trasferita o consumata, non aiuterà a svuotare gli scaffali e non gioverà alla salute del mercato interno. Al contrario, spingerà soprattutto i più deboli a stringere la cinghia di un altro buco.

Ma come si fa a essere così ciechi da non vedere che l’unica strada per rimettere in moto questo sfortunato Paese passa per un taglio radicale della tassazione? Minori entrate per lo Stato e, a bilanciare, minor spreco di risorse sul funzionamento della macchina pubblica la quale, sebbene abbia al proprio interno delle eccellenze assolute, deve potersi liberare di tutti i rami secchi che la opprimono. Per un certo periodo era di moda l’espressione “spending review”. Dov’è finita? In qualche scantinato di Via XX Settembre? Ci sarebbe da disboscare l’apparato amministrativo al centro e nelle periferie. Innumerevoli stazioni appaltanti ancora in pieno esercizio, pletore di enti inutili, e connessi Consigli di amministrazione strapagati, sfuggiti alla potatura, risorse pubbliche sprecate in processi d’infrastrutturazione degni del più depresso Kafka; piante organiche di uffici pubblici locali faraoniche; contributi e finanziamenti concessi a imprese che non producono; assistenzialismo di Stato erogato a occhi bendati; malaffare e corruzione che attentano quotidianamente alla virtù dei dipendenti pubblici.

Tutto questo sopravvive ben custodito dalla politica nel vaso di Pandora del bilancio dello Stato. In compenso, per far quadrare i conti si pelano quelli che già pagano. Se Oscar Wilde tornasse in vita sarebbe fiero di constatare che in Italia, nei palazzi del governo, c’è più di qualcuno che l’ha preso sul serio quando esclamava “posso fare a meno di tutto, tranne che del superfluo”.