I deficit commerciali
sono un problema?

di Gerardo Coco

19 aprile 2017ECONOMIA

 

Il commercio internazionale rischia di diventare qualcosa di patologico e i deficit commerciali una paranoia soprattutto dopo che Donald Trump ha minacciato revival protezionistici influenzato da quella diffusa convinzione che i deficit commerciali (l’eccesso di importazioni su esportazioni) sono sfavorevoli mentre i surplus sono la conditio sine qua non per prosperare. Convinzione ridicola basata su fatto che chi esporta incassa denaro e chi importa se ne priva. Ma in un mondo di svalutazioni continue è meglio essere importatori di qualcosa di reale piuttosto che privarsene come esportatori per ricevere carta straccia. Convinzione anche dannosa in quanto le svalutazioni sovvenzionano chi importa e impoveriscono il Paese che le attua perché le attività economiche e finanziarie denominate in valuta deprezzata diminuiscono tutte di valore. L’unico deficit sfavorevole è dunque quello della capacità di comprensione del funzionamento della bilancia dei pagamenti di un Paese.

In primo luogo, deficit o surplus commerciali sono il risultato di transazioni volontarie da parte di operatori liberi e indipendenti che importano ed esportano con vantaggio reciproco. Nessuno obbliga un europeo a esportare e un americano a importare. “Deficit” non significa affatto “perdita” come surplus non significa guadagno. L’insieme di tutte le transazioni (merci e capitali) con l’estero tra gli abitanti di un Paese e quelli del resto del mondo è registrato in quel documento statistico chiamato bilancia dei pagamenti; utilizzato, purtroppo, per fini di pianificazione. Trattandosi di un “aggregato”, per la politica è ipso facto qualcosa da manipolare, convinta com’è che siano i Paesi in astratto a esportare o importare e non individui in carne e ossa, gli unici a sapere e decidere cosa, come, dove vendere o comprare.

La prima cosa da capire è che la bilancia dei pagamenti è sempre in equilibrio e non è mai sfavorevole. Avere un deficit commerciale significa solo importare capitale e, avere un surplus, esportarlo. Decenni or sono l’Arabia Saudita era un vasto deserto e i suoi abitanti non erano neppure in grado di esportare una capra. Quando dei geologi occidentali scoprirono l’esistenza di petrolio, gli arabi importarono non solo le materie prime e le attrezzature per costruire i pozzi, ma anche i generi alimentari per sostentare la popolazione per tutto il tempo dell’investimento che avrebbe consentito di esportare in futuro. L’imponente deficit commerciale che gli arabi ebbero per anni fu forse sfavorevole? Al contrario, fu la causa della loro crescita. L’Australia che ha un deficit commerciale secolare si è forse impoverita? Avere un deficit commerciale significa solo che l’insufficienza di risparmio interno è compensata dal risparmio proveniente dall’estero.

Gli americani con un deficit commerciale rispetto al resto del mondo ricevono da questo un influsso di capitale, mentre il resto del mondo, in surplus, registra un deflusso. Quando ad esempio gli europei esportano, incassano dollari e li reinvestono in attività economiche e finanziare statunitensi come immobili, azioni e obbligazioni da cui traggono un reddito periodico in dollari sotto forma di affitti, dividendi e interessi. Questi dollari serviranno ad altri europei per pagare future importazioni dagli Usa. È dunque evidente che per ottenere dollari da investire è necessario esportare, ma è altrettanto evidente che è pure necessario importare, altrimenti come farebbero gli americani a procurarsi gli euro per importare dall’Europa (tutto il processo, ovviamente avviene attraverso il settore bancario)?

Il cosiddetto debito estero americano non è altro che l’insieme delle passività in mano ai Paesi esteri costituito da attività a reddito acquistate esportando merci e servizi. Cosa c’è di sfavorevole in questo? Non spetta a governi incompetenti cambiare questa situazione. Finché il resto del mondo avrà fiducia negli Usa, il loro debito estero persisterà. Da quanto sopra discende il principio fondamentale che le esportazioni servono a pagare le importazioni e viceversa. Non si può esportare senza importare. Ma risulta anche quanto sia ridicola l’idea che i deficit commerciali siano causa di perdita di posti di lavoro. Quando una società come Ikea apre magazzini negli Stati Uniti, i dollari spesi per realizzarli contribuiscono al deficit commerciale statunitense. Ora, dove gli americani prendono la manodopera per costruirli e gestirli? Dalla Svezia? No, ovviamente nel loro Paese.

Ma allora come si spiegano gli squilibri commerciali e finanziari nel mondo? Sebbene esista un legame positivo tra risparmio e deficit, tra bilancia commerciale e flussi di capitali è anche vero che tutto il processo avviene attraverso l’intermediazione monetaria. Da quando il dollaro è la più importante moneta di riserva e dunque la più usata nei pagamenti internazionali, il resto del mondo, per ottenerla, ha dovuto mantenere per decenni un surplus commerciale verso gli Usa. Tuttavia, poiché il biglietto verde è creato a costo zero e illimitatamente dalla banca centrale statunitense, mentre il resto del mondo ha continuato a esportare beni reali, gli Usa li hanno pagati, non con altrettanti beni reali, ma con “pezzi di carta”. Questo è stato il vero privilegio della moneta di riserva: non pagare mai con trasferimenti di ricchezza, ma con promesse di pagamento della banca centrale.

Ovvio dunque che il deficit commerciale sia più favorevole di un surplus anche perché gli Usa, disfacendosi dell’eccesso di dollari, hanno frenato l’inflazione in casa propria trasferendola all’estero. D’altra parte, anche il resto del mondo fabbrica la propria valuta a costo zero sulla base dell’eccesso di dollari che riceve. Le riserve in dollari, infatti, costituiscono la base dell’espansione illimitata del credito mondiale che, aumentando artificiosamente la domanda aggregata, gonfia il deficit americano e il surplus commerciale dei Paesi partner. Ma, come sopra spiegato, l’eccesso di dollari è reindirizzato negli Usa per essere investito in attività economiche e finanziare che hanno solo l’apparenza di investimento estero, non essendo risparmi reali ma il sottoprodotto dell’espansione del credito. Ed è proprio questo eccesso di dollari a creare bolle periodiche nel mercato immobiliare, azionario e obbligazionario statunitense che, scoppiando regolarmente, causano distruzioni di ricchezza a tappeto. Gli squilibri non dipendono affatto dai deficit commerciali perché sono la creatura delle politiche monetarie.

Un ritorno al protezionismo non farebbe che aggravare la situazione. I dazi riducono i flussi commerciali e i flussi di capitale oltre, ovviamente, a diminuire il reddito disponibile dei consumatori privati della concorrenza estera. Minori importazioni in Usa, diminuendo l’apporto di dollari rispetto alle altre valute, ne aumenterebbero il valore (proprio l’opposto di quello che Donald Trump vuole), cosicché le esportazioni statunitensi sarebbero più costose per gli stranieri e le importazioni più convenienti per gli americani, lasciando cosi invariato l’odiato deficit commerciale. Quanti disastri per non cambiare nulla!

Evidentemente i consiglieri economici di Trump non gli hanno ancora spiegato come funzionano le cose.