Incubatori certificati: legge ammazza startup

sabato 4 febbraio 2017


Si parla da sempre di capitale intellettuale, ovvero di tutto quell’insieme di conoscenze, dati ed expertise che appartengono ad un’azienda, un professionista. Si tratta, per lo più, di materiale “intangibile”: idee, dati, progetti, conoscenze, relazioni. Eppure è con le idee (e ormai non più solo con le fabbriche) che si produce ricchezza, posti di lavoro, opportunità. Un dato di fatto constatato da tutti i più grandi ricercatori economici di questo secolo, che si scontra, ancora una volta, con il legislatore. Il Governo Italiano ha infatti deciso di “regolamentare” le attività dei cosiddetti “incubatori d’impresa”, ovvero di tutte quelle aziende che si occupano di investire in startup e accompagnare i giovani imprenditori verso lo sviluppo dei propri modelli di business.

Si tratta di un tipo di attività esistente e fiorente in molte economie. L’idea è relativamente semplice: un team di manager e consulenti (e spesso imprenditori) analizza i progetti dei giovani startuppers e sceglie su quali investire. Oltre all’investimento vi è, di norma, un accompagnamento dell’impresa verso lo sviluppo della sua idea. Ad esempio i manager più esperti potranno proporre nuove idee, nuovi mercati ecc..

Ebbene, il Governo Italiano ha deciso di regolamentare anche questo tipo di business, offrendo una certificazione agli incubatori che rispettassero alcuni requisiti. Requisiti che, nel mondo delle startup, si riteneva potessero essere legati ai valori in azioni, al tipo di accompagnamento e investimento proposto, alla modalità di investimento ecc.. Niente di tutto questo. Per il Governo italiano, e la sua ultima legge, un incubatore certificato deve operare in un immobile di almeno 500 metri quadrati. Non importa, quindi, se il modello della catena di montaggio è finito, se Ford è stato superato, almeno nei servizi, dal Cloud e da Internet, dalle chiamate Skype e dalle email. Per il Governo italiano per fare impresa innovativa devi avere una fabbrica.

Una legge che è stata accolta con grande malumore dalla comunità tecnologica italiana, che già fatica ad emergere per la concorrenza fiscale e burocratica degli altri Paesi. Una legge che rischia di affossare tutte le promesse fatte per agevolare l’imprenditoria giovanile, l’innovazione e lo sviluppo tecnologico. Affittare o comprare un edificio di 500 metri quadrati non è solo un enorme costo per gli incubatori, ma ormai è pure inutile. Il mondo dell’innovazione si muove tra tastiere, schermi e file Excel. Molti startuppers lavorano dai coworking, da casa, dalle università. E per questa ragione gli incubatori non hanno bisogno di grandi spazi. Anzi, legare gli startuppers di un’impresa innovativa agli incubatori significa imporre una presenza fisica che va a sovrapporsi a quella del dipendente subordinato. Un rischio che espone ad abusi, a costi inutili, ma alla riabilitazione di tutto quel patrimonio immobiliare ormai in disuso appartenente a banche e grandi fondi. Sarà per tutelare questi interessi che è stata voluta la legge?


di Elisa Serafini