“I Persiani”: applausi al Teatro Arcobaleno

martedì 13 febbraio 2024


Nello stesso giorno dell’anno 480 avanti Cristo, probabilmente il 23 settembre, secondo un’antica tradizione Eschilo (525-476 avanti Cristo), passato poi alla storia come primo esponente della “triade” dei poeti tragici greci, combatte, in piena guerra persiana, nella battaglia di Salamina (dopo aver già partecipato a quella di Maratona di dieci anni prima, e in attesa di esser presente, l’anno dopo, anche a quella di Platea, piena sconfitta dei persiani). Sulla stessa isola di Salamina nasce Euripide, che sarà il terzo membro della triade. E il giovane sedicenne Sofocle canta, da protagonista, il peana della vittoria greca.

Al Teatro Arcobaleno di Roma è andato in scena I Persiani, capolavoro di Eschilo (rappresentato per la prima volta nel 472 ad Atene, dove vinse alle Grandi Dionisie), centrato appunto sulla battaglia di Salamina. “Opera che – ricorda Vincenzo Zingaro, fondatore e direttore della compagnia teatrale Castalia, con sede appunto all’Arcobaleno, dal 2002 Centro stabile del Teatro classico – è, anzitutto, la più antica tragedia pervenutaci integra”. Prodotta dall’Associazione culturale “Laros” di Gino Caudai, con traduzione e adattamento di Roberto Cavosi, regia di Patrick Rossi Gastaldi, scene e costumi di Annalisa Di Pietro e musiche di Francesco Verdinelli, questa rappresentazione de I Persiani dà il giusto risalto alla tragedia eschilea, con una scenografia molto semplice e cupa, oltre a un sapiente uso delle luci. Un grande Mariano Rigillo è il Re Dario, padre del suo successore Serse, lo sconfitto di Salamina.

La tragedia è ambientata – secondo le tre celebri unità teatrali di tempo, luogo e azione, un secolo prima del loro codificatore Aristotele – a Susa (l’attuale Shush, nell’ovest della Persia), residenza imperiale della Dinastia achemenide, dove la regina Atossa (Anna Teresa Rossini, altro nome storico del teatro italiano), vedova di Dario I e madre del regnante Serse, e i vecchi e fedeli soldati di Dario, lasciati a presidiare la capitale, attendono con ansia l’esito della spedizione contro la Grecia. In un’atmosfera colma di cattivi presagi, la regina racconta un sogno angoscioso di quella notte. Non appena termina, arriva un messaggero (Silvia Siravo), con l’annuncio della totale disfatta della flotta dei Persiani a Salamina.

Lo spettro del defunto padre di Serse, Dario, marito di Atossa, dà una spiegazione etica alla disfatta militare (descritta accuratamente da Eschilo) giudicandola la giusta punizione per l’hybris (tracotanza) di cui si è macchiato Serse, che non intende limitarsi ad amministrare il proprio Impero, come il padre (che però, ricordiamo, inizialmente aveva tentato anch’egli di sottomettere la Grecia, finendo sonoramente sconfitto a Maratona), ma vuole estenderlo verso l’Europa. Arriva, infine, il diretto protagonista della guerra, lo stesso re Serse, sconfitto e distrutto, che unisce il suo lamento di disperazione a quello del coro, in un canto luttuoso che chiude la tragedia. Il dramma di Serse corrisponde a una grande pagina di storia per i cittadini di Atene e altre pòleis, riusciti, con una sapiente strategia, a respingere una flotta e un esercito, molto più grandi e potenti dei loro.

Vista con gli occhi del dopo, Salamina rappresenta in sostanza un atto del grande scontro politico-militare tra Oriente e Occidente che proseguirà con Azio, Poitiers, Lepanto, Vienna (1683). Nella tragedia eschilea, la battaglia tra greci e persiani è simbolo della guerra tra un re dispotico e incapace di frenare la propria hybris e il sistema democratico ateniese, dove è il popolo a esercitare il comando. Ciò, tuttavia, non impedisce ai regnanti persiani di compiangere – commentando Salamina – quei popoli che non sanno condurre vittoriosamente una guerra, non avendo un solo uomo al suo comando (possibile allusione di Eschilo, osserviamo, alle lotte di potere tra i vari generali di Serse, causa non ultima della sconfitta). Molto bravi anche Alessio Caruso, Alessandro D’Ambrosi e Stefano De Maio (Serse e i veterani di Dario I).


di Fabrizio Federici