Il corpo-soggetto: un paradigma liberale/6

martedì 28 febbraio 2023


La particolare battaglia che si è combattuta in seno alle società occidentali in questo drammatico passaggio d’epoca, apertosi nel 2020 con la diffusione del virus Covid 19, la pandemia e la gestione, e proseguita nel 2021, con l’obbligo della vaccinazione, e il super green pass, non è una battaglia conclusa, ma ha solo cambiato registro. Il dramma – che è reale e non ha niente di teatrale o cinematografico – al contrario si è evoluto, e, a partire dal marzo 2022, il tragico avvio di operazioni belliche senza che il potere mondiale sia intervenuto a spegnerle, fatto inedito per l’Europa del XXI secolo, sta preludendo ormai a una guerra mondiale

Quel che, sin da marzo 2020, appare innegabile è che il conflitto, che arde all’interno delle comunità nazionali e che è apparso senza precedenti, ha moltiplicato a poco a poco i suoi fronti, ha intensificato il suo fuoco di sbarramento, e si è poi alimentato da uno svariato numero di terreni di scontro. Stiamo parlando di un conflitto sociale che si è aperto nel perimetro di pacifiche constituencies di cittadini, e che attraversa famiglie, classi sociali e ceti, professioni e appartenenze ideologiche e culturali; percorre gruppi di parentela, comitive e condomini, e si combatte tra opinioni, percezioni, sentimenti, stili, e visioni, di vita. È uno scontro, dunque, che continua a viaggiare in parallelo a quello internazionale in corso tra i Paesi Nato e il resto del mondo, tra concezioni e modelli di vita, ancor più che tra credi ideologici, una battaglia tra chi chiede di essere controllato e diretto da un centro e da un potere esterno da sé, e chi, al contrario, domanda una maggiore libertà e il ripristino generale delle condizioni pre-pandemiche.

Una guerra tra chi vuole sentirsi svincolato da divieti, burocrazia e tasse, e chi ha paura di quella libertà che uno Stato meno oppressivo, meno interventista – in ogni settore della vita e della società – potrebbe concedere. La paura della libertà, come il titolo di un celebre libro di Erich Fromm, si è impossessata di tanta parte della società, proprio mentre il potere sta mostrando il pugno di ferro contro le libertà fondamentali e sta intensificando una stretta sempre più articolata sui corpi della cittadinanza del mondo occidentale.

È infatti, anche, una battaglia, questa tutta italiana, tra chi considera un debito pubblico al 160 per cento del Pil, una spesa pubblica che arriva a raggiungere il 67% del Pil e una inflazione al 12 per cento, come dei momenti economici – tutti aggravati da una gestione totalitaria e statalista della pandemia – oramai insostenibili e impossibili da aggiustare e risolvere, e chi viceversa non se ne cura affatto, salvo agitarsi per chiedere ancora più debito, così come non si cura delle condizioni economiche generali di un Paese, che, non tanto tempo fa, era la quinta potenza industriale.

L’anno scorso, su L’Opinione, in cinque puntate, ho descritto le basi filosofiche, sociologiche ed epistemologiche di una tesi che nei prossimi articoli vorrei andare a finalizzare e a definire nel dettaglio. Una tesi che è nata durante la pandemia, si è formata durante il lockdown, e si è cristallizzata durante le politiche per il green pass – il lasciapassare che inizialmente si otteneva con un tampone negativo – e che poi, durante la campagna vaccinale e il super green pass, strumento oppressivo che ci ha obbligati a un trattamento sanitario anche solo per recarsi a lavorare, ha trovato la sua amara conferma. Ora, iniziando da oggi, nelle prossime puntate, vorrei cercare di riannodare i fili, di rielaborare il tutto e di chiudere il ragionamento avviato l’anno scorso.

 Fenomenologia di un conflitto sociale 

Fenomenologicamente le fazioni che, a partire dallo stato d’emergenza del primo febbraio 2020, si sono contrapposte, nel mondo e nel nostro Paese – e che durante la pandemia, sui social, hanno acceso una battaglia furiosa, nelle loro innumerevoli varianti – si riducono fondamentalmente a due, sia pure composte da persone che sono, spesso e volentieri, inconsapevoli di appartenere o meno ad uno di questi due campi: il campo dell’essere-corpo e il campo dell’avere-un-corpo.

Abbiamo visto come ciascun individuo – consciamente o inconsciamente – percepisce il proprio corpo (e dunque la propria esistenza) come struttura sensitiva, emozionale e cognitiva soggiacente a ogni comportamento intenzionale. Ovvero come corpo-soggetto. Eppure nell’incontro con l’altro, il Corpo può essere percepito come un oggetto tra gli oggetti, una “intuizione fenomenica” da parte del soggetto conoscente. Ovvero come rappresentazione o corpo-oggetto.

In generale, ne discende, che io sono-corpo per-me, l’altro-è-corpo per-sé. E a seguire, io ho-un-corpo per-l’altro, l’altro-ha-un-corpo per-me. Questo dipende completamente dalla propriocezione, la percezione che il soggetto conoscente ha del proprio corpo e dal grado di sviluppo della propria “identità corporea”. Quanto più il soggetto sovrappone la propria identità alla corporeità, tanto più il corpo dell’altro viene riconosciuto anch’esso come soggetto.

Quanto meno, per le più svariate ragioni, l’identità corporea – e dunque vitale – del soggetto è sfumata, ed egli percepisce l’intero o parti del proprio corpo come oggetti, tanto più il suo incontro con un altro corpo è una esperienza che tende a reificare anche l’altro, e in particolare rende il proprio corpo e il corpo dell’altra persona un corpo-oggetto. Gli articoli che ho dedicato l’anno scorso al fenomeno della reificazione, al sentirsi vuoto del corpo dello schizofrenico e alla sua difesa che reifica l’altro, e alla reificazione vissuta nei campi di concentramento nazisti, hanno avuto lo scopo di mostrare l’ennesima potenza di una realtà totalitaria, dominata dal corpo-oggetto, che lo sguardo razzista – e la teoria ad esso sottesa – santifica. 

Questo modo di procedere sgorga direttamente dalla “fenomenologia della percezione” di Marcel Merleau Ponty, che, ha visto la sua teoria dello “schema corporeo”, ovvero del corpo percepito dal soggetto in quanto “punto di vista” sul mondo circostante, che fa assumere il corpo-soggetto come unità psico-fisica dell’essere umano, con un Io-che-vede e un Io-che-sente, è diventato un paradigma che ha influenzato tanta ricerca sociale negli ultimi anni. Dunque, occorre assumere che ogni individuo gestisce, conduce e intrattiene un rapporto con la propria corporeità sotto due differenti e opposte prospettive potenziali: quella dell’Avere o quella dell’Essere.

Da una parte vi sono coloro che sentono, soprattutto, anche se non esclusivamente, di Avere-un-Corpo. Questa loro percezione, ad esempio durante la pandemia, li ha portati a perseguire due obiettivi: mantenere la propria immunitas come recentemente ha scritto bene Francesco Serra di Cassano, in un bel volume, Algoritmo Immunitas, edito da Vivarium Novum tendere cioè al controllo del proprio corpo e di sé, attraverso il distanziamento sociale, l’uso e l’abuso di test e tamponi, green pass, mascherine, medicinali, inclusi i vaccini.

Va qui sottolineato come la maggior parte di loro lo abbia fatto in buona fede, rispondendo ad una narrativa dominante, che li qualificava virtuosamente come quelli che non agiscono esclusivamente nel loro interesse, ma che, preservano il contagio verso il prossimo. In seconda battuta, molti di essi hanno avanzato la pretesa che le loro scelte di controllo e gestione del Corpo dovessero estendersi anche a tutti gli altri, quelli che incontravano, quelli che frequentavano abitualmente, per non parlare di quelli che amavano. Una smania totalitaria, di controllo e di disciplina.

Dall’altra vi sono stati coloro che, rispetto alla loro percezione del corpo, in quanto identità vitale, unità psicofisica, nel loro Essere-Corpo, hanno scelto di non modificare una certa percezione di normalità. La loro identità in altre parole non ha potuto, anche durante la pandemia, prescindere dalla attitudine quotidiana di un Corpo che potesse muoversi e vivere liberamente. Essi hanno desiderato ardentemente che questa loro conquista (l’essere-corpo, il sentirsi-corpo) venisse assolutamente rispettata dagli altri, e non solo dalle altre persone, ma anche dalle istituzioni. In coerenza con questo rispetto, tradito un po’ovunque nel mondo, in misura maggiore o minore, queste persone hanno sofferto mascherine e distanziamenti sociali, non si sono sentite vincolate ad aderire alla campagna vaccinale percepita come imposta e non volontaria, e hanno maturato la convinzione che la terapia genica non fosse stata testata sufficientemente. Percepivano inoltre che le sostanze inoculate nel vaccino Covid, e in particolare la proteina spike, fossero assai probabili intruse nel proprio sistema immunitario. La pretesa istituzionale dell’obbligo vaccinale e del Green Pass, inoltre, sono stati da essi percepiti come abusi della libertà e come veri e propri ricatti messi in atto dal Potere.

Tra le due prospettive – o dimensioni – vi è poi una, apparentemente piccola ma sostanziale, differenza. L’Avere si traduce infatti nell’avere-un-corpo: indistinto, simile a tanti altri, coniugato nell’articolo indeterminativo, colto a riposo, in uno stato di oggetto, di cosa, di attributo, di elemento associato all’essere, da gestire, da accudire, di cui occuparsi. Tutti infatti abbiamo Un corpo. E tutti questi corpi-oggetto, si prestano a restare indistinti nella massa.

L’Essere, viceversa, si traduce in essere-corpo, senza articoli, trattandosi di un corpo unico, originale, irripetibile, colto nella dimensione dello “slancio vitale” e della dureé di Bergson, ovvero nell’atto vitale, nell’azione, nella situazione, nell’intenzione e nella relazione sociale. Infatti, solo-io-sono-questo-corpo-qui. E attraverso questo corpo qui Io sono. Si è perfettamente consapevoli di come questa riduzione a una guerra tra due fazioni, sia una estrema sintesi, e possa apparire in fondo anche molto azzardata.

La tesi può poi apparire sommaria, soprattutto alla luce del fatto che tutti noi siamo-Corpo e, contemporaneamente, abbiamo-un-Corpo. Al di là del senso di identità corporea, infatti, durante la vita quotidiana, il senso di questa dicotomia e di questo avvicendarsi di percezioni e di sensazioni relative alla propria corporeità, appare – coscienti o incoscienti – alternativamente in ciascuno, milioni, forse miliardi, di volte, relativizzando la dicotomia. Inoltre, ognuna delle due prospettive non è affatto esclusiva – o definitiva - per ciascun individuo, in quanto il corpo di ognuno evolve e cambia, e con il tempo cambia il proprio sentire durante l’esistenza – per l’età, le esperienze, gli eventi, le malattie, la vecchiaia. Ciascuno, dunque, vive il proprio corpo secondo quella che è una mera prevalenza tra le due percezioni di Avere o di Essere. Percezioni che si rincorrono e si modificano e che possono radicalmente cambiare nel corso di una vita.  

L’essere-corpo, prevalente nei più giovani, pretende libertà, e promette responsabilità. Il compito che tutti coloro che percepiscono di essere-corpo devono darsi è stabilire tra di essi un accordo, costruire un contratto sociale, nel quale stabilire delle regole entro le quali far muovere libertà e responsabilità individuale. La prevalenza dell’avere-un-corpo, che appare più marcata con l’età più matura, richiede un’autorità cui richiedere protezione e conservazione del corpo, cure e attenzione, in altre parole, in chi prevale l’avere-un-corpo avviene una sorta di delega della propria forza e della propria capacità ad altri.

(*) Leggi la prima parte

(**) Leggi la seconda parte

(***) Leggi la terza parte

(****) Leggi la quarta parte

(*****) Leggi la quinta parte 

Foto di Timothy Dykes


di Andrea Andy Indie De Angelis