Il miracolo più grande? Hegel lo ha spiegato

martedì 28 aprile 2020


Hippolyte Taine definì l’opera di Georg Wilhelm Friedrich Hegel come “un grande modello ligneo di una cattedrale che più tardi ci si sarebbe sforzati di costruire in pietra”. Nonostante i tentativi abbozzati per realizzare un simile progetto, la maggior parte degli epigoni di Hegel non lo ha però mai intrapreso con sufficiente decisione. Inoltre, nel corso degli anni la schiera dei suoi detrattori non si è affatto assottigliata. Anche se dalla riflessione hegeliana hanno tratto spunto – quando non il principale nutrimento – scuole filosofiche e discipline teoriche eterogenee e spesso discordanti, si ha l’impressione che in molti abbiano condiviso l’opinione di Karl Popper secondo cui Hegel, seguendo una logica arcaica e prescientifica, “estrae conigli fisici da cilindri metafisici”.

In effetti, l’opera hegeliana ha permeato il pensiero otto-novecentesco in un modo diverso da come hanno potuto influenzarlo altri “classici” della filosofia: non ha dato vita a correnti di pensiero tra loro parallele o congruenti, come è avvenuto per René Descartes, Immanuel Kant o Karl Marx, ma ha invece costituito un importante punto di riferimento per prospettive speculative tra loro anche molto diverse. Ciò è abbastanza evidente, in particolare, per il secolo che si è da poco concluso. Basti pensare per esempio all’influenza avuta dal pensiero hegeliano sulla storia del marxismo e sulla psicoanalisi, sull’esistenzialismo sartriano e jaspersiano, sulla teologia protestante e, in genere, sulle varie forme di “storicismo”.

Un’efficacia tanto polivalente potrebbe essere interpretata come una prova del successo del suo progetto filosofico, che s’imperniava sulla convinzione di poter legittimare scientificamente la funzione conoscitiva di una nuova metafisica razionale. Infatti, se le categorie ontologiche e spirituali individuate da Hegel hanno potuto condizionare tanta parte del pensiero successivo e ispirare teorie tanto diverse, ciò significa probabilmente che esse sono riuscite ad andare oltre i presupposti filosofici propri dei singoli ambiti scientifici e a cogliere “regressivamente” – com’era nelle intenzioni di Hegel fin dai tempi della Fenomenologia dello spirito – le dinamiche conoscitive più profonde nei loro lineamenti più evidenti e, proprio per questo, meno facilmente riconoscibili.

D’altra parte, la lista dei suoi confutatori durante gli ultimi due secoli non è meno eterogenea di quella dei suoi estimatori, e ciò potrebbe invalidare la precedente conclusione circa il successo della sua rifondazione della metafisica. Dopo Schopenhauer – che considerava Hegel “un maestro di ciarlataneria” – e Friedrich Nietzsche – che parlava dell’hegelismo come di una “malattia intellettuale” – nel nostro secolo si è assistito ad una serie di prese di posizioni riconducibili in prevalenza a prospettive neoempiriste o neokantiane. Nelle aspre valutazioni critiche di Russell, dei neopositivisti o di Popper, si evidenzia infatti una idiosincrasia per la filosofia di Hegel che lascia intravedere dei fraintendimenti tanto puntigliosi quanto virtualmente chiarificatori. Tali fraintendimenti, tuttavia, hanno la loro origine in concezioni che, proprio in quanto neoempiriste o neokantiane, risalgono a quelle stesse dicotomizzazioni metafisiche che Hegel aveva inteso superare e, pertanto, essi testimoniano che un simile preteso superamento è perlomeno problematico.

Il fattore che, più di ogni altro, ha contribuito a rendere, grosso modo fino agli ultimi trent’anni del Novecento, reciprocamente sorde le opposte fazioni dei neo e degli anti-hegeliani viene comunemente designato con il nome di “dialettica”. Purtroppo per i seguaci di Hegel, i denigratori del loro maestro non erano soliti sorvolare sulle ambiguità non risolte dei suoi testi e non tendevano a considerarle inevitabili conseguenze della loro ricchezza. Inoltre, replicando alle loro obiezioni con argomentazioni evasive o liquidatorie, i seguaci di Hegel hanno a lungo continuato a produrre controasserzioni hegelo-mimetiche dialogicamente poco efficaci, che non hanno certo contribuito ad arricchire l’hegelismo di nuovi sviluppi chiarificatori. Solo negli ultimi decenni gli estimatori e i critici di Hegel sembrano aver trovato un linguaggio comune: il dibattito intorno alla sua opera ha infatti fornito preziosi lumi intorno a ciò che debba intendersi in essa per “Contraddizione” (Widerspruch) e oggi, grazie anche ad alcuni studiosi italiani come Sergio Landucci, Francesco Berto, Diego Marconi, – tanto per citare solo alcuni dei più noti – anche la comprensione della “logica” hegeliana pare aver compiuto qualche decisivo passo avanti.

Nel tentativo di riassumere, per chi non ha ancora provato a leggere le sue opere, la complessità del pensiero hegeliano, la sua straordinaria articolazione interna e la sua capacità di cogliere il nesso profondo tra conoscenza e realtà potremmo citare una delle sue sentenze più famose: “tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale”. Una stessa legge dialettica regola per Hegel il processo che conduce l’essere dalla potenza all’atto e il processo conoscitivo che tale processo comprende e rivela. Nella natura così come nella storia, e in quella dello “spirito” in particolare, si può conoscere solo quanto asseconda e rivela leggi razionali, e ciò è tutto quanto ha senso voler comprendere. Albert Einstein disse una volta che il “miracolo più grande” era che il mondo fosse conoscibile; ma Hegel aveva già spiegato, oltre un secolo prima, che si trattava di un miracolo spiegabile razionalmente ricorrendo alla sua filosofia.


di Gustavo Micheletti