Alla vigilia della pubblicazione dell’edizione italiana di The American cause. Il manuale del buon conservatore di Russell Kirk, a cura di Marco Respinti, non appare inutile richiamare l’attenzione sull’opera maggiore dello storico delle idee statunitense, Il Pensiero conservatore. Nei reaganiani anni Ottanta, ha scritto David Brooks in un articolo del 2012 dedicato a The Conservative Mind, il “conservatorismo tradizionale” perde terreno a vantaggio di quello economico che assolutizza il “linguaggio del mercato”. Dissoltosi così l’equilibrio, da allora il partito repubblicano è andato abbandonando “metà dei suoi argomenti intellettuali. Si rivolge alle persone come proprietari di imprese ma non come genitori, vicini e cittadini”. La “primavera”, come ebbe a definirla Robert Nisbet, del pensiero conservatore dei primi anni Cinquanta, primavera che aveva portato alla gemmazione, oltre che di The Conservative Mind, di The New Science of Politics di Eric Voegelin, di God and Man at Yale di William F. Buckley, di The Moral Foundation of Democracy di John Hallowell, di The Genius of American Politics di Daniel Boorstin e di The Quest for Community dello stesso Nisbet, era ormai sfiorita.

Kirk, però, che proprio negli anni Cinquanta avrebbe abbandonato un comodo posto da docente universitario nel Michigan per fondare riviste e centri culturali, tenere conferenze e sostenere le campagne elettorali di Barry Goldwater, Richard Nixon e dello stesso Ronald Reagan (da preferire comunque agli avversari) e quelle antinterventiste, dalla guerra in Vietnam a quella del Golfo del 1991, non era certo un tipo da perdersi d’animo. Ancora nel suo The Politics of Prudence del 1993 stilava un decalogo dell’universo intellettuale del conservatore in cui si traduceva la convinzione dell’esistenza di strutture morali durature e permanenti, della necessità delle consuetudini e delle convenzioni quali elementi costitutivi di un ordine pacifico e armonico e quindi della prudenza come guida di ogni riforma, della natura imperfetta dell’uomo che impone un salutare scetticismo verso ogni velleità palingenetica, della sussistenza di un’infinita varietà nei caratteri e nelle doti umane che, nel mentre deve condurre a respingere qualsivoglia intento omogeneizzante e omologante, deve invece trovare nelle comunità locali e nei corpi intermedi terreni fertili per la sua crescita, dell’inscindibilità, infine, delle libertà e della proprietà privata.

All’interno dell’attività scientifica e militante di Kirk, morto nel 1994, giganteggia The Conservative Mind, l’opera novecentesca che, come annota Francesco Giubilei nell’introduzione all’edizione italiana (Giubilei Regnani, Roma-Cesena), più “ha contribuito a organicizzare e diffondere il conservatorismo in America e nel mondo” (p. 5). Affresco voluminoso, denso (e che trasuda un’ammirazione empatica e commossa per l’oggetto scandagliato), di quelli che l’autore considera i maggiori teorici conservatori anglo-americani otto e novecenteschi (più Tocqueville per l’influenza su quelli esercitata), dal whig e al contempo fondatore del pensiero conservatore, Edmund Burke, a George Santayana, l’opus magnum kirkiana rintraccia il fil rouge della speculazione dei pensatori esaminati nel rifiuto dell’astrattezza astorica e degli universalismi dei rivoluzionari e riformisti che giudicano che la società possa essere modella e plasmata a loro piacimento. Apprendisti stregoni o moderni ingegneri sociali incautamente scoperchiano così il vaso di Pandora. Non che i conservatori, precisa Kirk, vogliano abbandonarsi ad improponibili disegni reazionari, che “il cambiamento è inevitabile, dice Burke; se propriamente guidato, è un processo di rinnovamento. Ma lasciamo che sia la conseguenza di un bisogno avvertito in maniera diffusa e non ispirato da raffinate astrazioni” (p. 99).

Se vi è un obiettivo che la società debba consapevolmente perseguire, ci ha insegnato Tocqueville, è l’incoraggiamento delle “qualità morali e intellettuali dell’uomo” (p. 270) ma tale obiettivo potrà essere colto, ci ricorda ancora una volta l’autore delle Riflessioni sulla rivoluzione francese, solo da quella “società unita per l’eternità da un legame morale tra morti, vivi e chi dovrà ancora nascere, la comunità delle anime” (p. 61), insomma. Gli esseri umani, infatti, “sosteneva Burke, partecipano all’esperienza collettiva dei loro innumerevoli antenati; molto poco viene davvero dimenticato. Tuttavia, solo una piccola parte di questa conoscenza viene poi formalizzata in letteratura ed istruzione; la parte principale resta confinata nell’istinto, nell’abitudine comune, nel pregiudizio e nell’antica usanza. Se si ignora quest’enorme mole di conoscenza della razza umana o la si maneggia con impudenza, l’uomo viene lasciato a galleggiare in un mare di emozioni e ambizioni, soltanto con la mera conoscenza del sapere formale e le deboli risorse della ragione umana a sorreggerlo” (p. 91).

Aggiornato il 10 gennaio 2020 alle ore 12:20