Perché non voglio leggere Scurati

martedì 9 luglio 2019


Questa breve nota non è in alcun modo una recensione al libro di Antonio Scurati, dal titolo “M. Il figlio del secolo”, recentissimo vincitore del Premio Strega con abissale distacco dal secondo classificato.

Essa è qualcosa di meno di una recensione, ma, nello stesso tempo, qualcosa di più.

È qualcosa di meno perché non ho letto il libro, che perciò non sono in grado di recensire; ma è qualcosa di più, perché intendo spiegare per quali motivi non intendo leggerlo. Scoprire per quali motivi non si voglia leggere un libro, a volte, può essere più istruttivo di una normale recensione; e, d’altra parte, è forse il solo modo di capire quali siano i limiti ineludibili che esso non è assolutamente in grado di superare e che si colgono benissimo prima e senza che occorra leggerlo.

Primo motivo. Si tratta di un volume di circa 848 pagine: molte, troppe, a dar ascolto alla musa di Callimaco, il quale precisò che “in breve svolgo il mio canto”, perché “grosso libro, grosso danno”.

Beninteso, se spesso l’infinito si coglie nel frammento di pochi versi – Leopardi e, a modo suo, Ungaretti insegnano – lo si può, a volte, anche in un’opera molto voluminosa, ma solo a precise condizioni: che l’autore si chiami Tolstoj o Dante Alighieri; che si tratti di un romanzo storico, nel senso letterario del termine, alla maniera di Stendhal o di Manzoni; che infine ne valga la pena.

Orbene, Scurati non è Tolstoj e neppure Dante Alighieri. Il suo romanzo non è per nulla un romanzo storico, nel senso precisato: Scurati non ci presenta né un Fabrizio del Dongo – come ne “La Certosa di Parma” – alle prese con la straniante realtà delle guerre napoleoniche; e neppure Renzo e Lucia, impegnati a sopravvivere in una Italia soffocata dalla dominazione spagnola; Scurati presenta, invece, Mussolini: come se la Certosa avesse narrato di Napoleone e Manzoni del Principe di Condé. Entrambi gli scrittori invece fecero, delle imprese di Napoleone e del Principe, soltanto lo sfondo sul quale si muovono i protagonisti della loro pagina che signoreggiano la trama narrativa: questo è il romanzo storico in chiave autenticamente letteraria. Perciò, per capire Mussolini, meglio leggere De Felice, eminente storico di professione. Ecco perché non vale la pena leggere Scurati.

Secondo motivo. Ernesto Galli della Loggia – storico parimenti eminente – alcuni mesi or sono, ha censito una decina di grossolani svarioni di carattere storiografico, da lui facilmente individuati fra le pagine di Scurati.

Ne cito soltanto due, essendo l’articolo di Galli della Loggia reperibile facilmente in Rete. La data di Caporetto è sbagliata; Scurati osa appellare Benedetto Croce col titolo di professore.

Ora, per uno che, come Scurati, aveva affermato in varie interviste di essersi assegnato un criterio rigidissimo, perché “nessun personaggio, accadimento, discorso, frasi del libro sono liberamente inventati” (sic!), andiamo maluccio. Infatti, anche un bambino di scuola media conosce la data di Caporetto. Refuso? E sia. Ma come la mettiamo con Croce definito “professore”, proprio lui del quale è notissima la profonda avversione e perfino il disprezzo per il mondo accademico?

Ha ragione Galli della Loggia: errori del genere non sono semplici lapsus, ma mostrano una reale incapacità di orientarsi nella storia culturale italiana della prima metà del Novecento e commetterli significa “non possedere alcuni punti di riferimento essenziali”.

E allora perché leggere Scurati? Anche perché, fra l’altro, se – come lui afferma – non ha inventato nulla (né personaggi, né accadimenti, né discorsi, né frasi), vuol dire che egli nulla ha trovato (“inventare” vuol dire “trovare”): e allora perché scrivere un romanzo? Sarebbe stato sufficiente un saggio di carattere storico, anche se sarebbe stato l’ennesimo e difficilmente originale, dopo la sterminata bibliografia su tale periodo. Meglio allora non scrivere affatto.

Scurati non scrive 848 pagine e noi non leggiamo: sarebbe stato davvero l’optimum.

Terzo motivo. Scurati si è detto felice di aver vinto il premio e contento perché molti leggeranno il suo libro che conia un nuovo antifascismo. Si può essere più banali e politicamente corretti di così? Insomma, una noia mortale…

Quarto motivo. Già per due volte, negli ultimi anni, Scurati era giunto secondo al Premio Strega, perso una volta per un voto e altra volta per quattro. Ne era seguita una specie di tragedia personale in diretta televisiva e per lui una specie di incubo da esorcizzare solo vincendo una buona volta. Tutto fatto! Ha vinto e ora possiamo stare finalmente tranquilli perché sappiamo che lui è tranquillo.

Propongo di assegnare i premi, tutti i premi, e specialmente quelli letterari, seguendo un criterio rigido, simile a quello di Papa Francesco quando anni fa chiarì che avrebbe nominato Vescovo chi temesse di esserlo, e mai chi sgomitasse per diventarlo. Allo stesso modo, si assegni lo Strega a chi se ne disinteressi davvero, perché impegnato a pensare e a scrivere, e non a chi batte i piedi e protesta per non averlo vinto e che perciò, troppo preso da questo compito, non ha tempo per pensare e per scrivere.

Scurati ha annunciato una trilogia: temo ci aspettino altri due tomi di 800 pagine ciascuno, dove però lui non inventa nulla perché non trova nulla. Un consiglio. Per capire il fascismo e Mussolini – invece di Scurati – si rileggano le cento paginette di “Porte aperte” di Leonardo Sciascia, stampate pure a maglia larga. Mussolini non viene nominato neppure una volta. Ma dentro le pagine, nell’ordito narrativo della scrittura c’è; eccome se c’è!

Quinto motivo. Nadia Terranova, finalista al premio e battuta da Scurati, ha dichiarato che “la letteratura deve diventare androgina a prescindere dal genere di chi scrive”.

Benissimo. Propongo allora, per analogia, una letteratura a-geografica, indifferente se chi scrive sia un maestro di scuola dell’agrigentino o un valligiano delle Dolomiti; a-anagrafica, indifferente se chi scrive sia un giovane di vent’anni o un signore di ottanta; a-sociale, indifferente se chi scrive appartenga alla upper class di Boston o alle favelas brasiliane…

Insomma, una melassa indistinta. L’esatto contrario della narrazione personale e marcatamente figlia della personalità di chi scrive – anche per il sesso di appartenenza - come è giusto che sia e come è sempre stato per i grandi narratori e poeti di tutti i tempi: ve le immaginate le liriche di Saffo scritte da un uomo? Ma si possono ascoltare sciocchezze del genere come nulla fosse? Meglio dunque, per semplice pulizia mentale, non leggere. Se infatti questi sono i finalisti dello Strega, figuriamoci gli altri…


di Vincenzo Vitale