“Il Gabbiano (à ma mère)” al Quirino

Nel segno del… “Gabbiano”. Costellazione misteriosa che coltiva nel suo cielo tre Lune di Venere, la Dea dell’Amore e dell’Arte che ama la vita. La prima luna ha il volto trasfigurato di una giovane donna, Nina-Gabbiano, la Musa decaduta, una candela fioca, consunta dalla sua insana passione e imbalsamata come quel suo animale abbattuto per puro divertimento, che un giorno un innamorato non corrisposto aveva deposto ai suoi piedi, pentito di tanta gratuità ed efferatezza per aver sacrificato ignobilmente una creatura così innocente. Nina, che dopo aver relegato nel solco profondo del suo tradimento il Sentimento e il Senno stesso dello scrittore drammaturgo, ne ha tuttavia liberato per contrappasso l’anima creativa. Nina attrice fallita e disperata che ha sacrificato il suo talento sull’altare di un amore avvelenato, lasciando che l’olio combusto della lampada magica del suo usurpatore le togliesse ogni dignità, sulla scena come nella vita. La seconda Luna ha l’aspetto inquietante della congiunzione edipica e fagocitante dell’orrendo femmineo di una Madre, Irina Arkadina, vedova Treplev, attrice ipernarcisa, sterile negli affetti, amante tardiva di un bellimbusto scrittore di successo che le preferisce le giovani virtù di Nina ottenendone l’intimità per poi, una volta consumata la novità della conquista, abbandonarla per nuovi giovani o vecchi amori di risacca e di buen retiro.

È proprio alla figura di Arkadina è dedicato lo spettacolo “Il Gabbiano (à ma mère)”, al Teatro Quirino fino al 31 marzo per la libera riduzione di Giancarlo Sepe e l’interpretazione di Massimo Ranieri, nella parte del narratore ibrido che opera in una terza dimensione rispetto alle complessità teatrali in gioco, atteggiandosi a entità di raccordo tra il teatro e il suo “Doppio” e dettando dal di fuori la cornice del dramma, mentre interpella autorevolmente, di volta in volta, i vari personaggi. Così, il Narratore, che nei momenti topici di passaggio intona con voce potente le canzoni struggenti d’amore di Charles Aznavour, diventa padre di se stesso Autor giovane, quel Konstatin Treplev caratteriale e sfortunato, al quale dà buoni consigli per riavvicinarsi alla madre Irina che disprezza lo stile decadente della scrittura del figlio. Lui, la coscienza di Cechov, che lamenta la propria mediocrità ricercando nuove formule e alchimie narrative, e arriva per gelosia a invidiare e odiare l’arte consumata dell’esperto scrittore amante di sua madre, famosa attrice avara e cinica: quel Trigorin che rappresenta la vacuità strutturata dell’Accademia, con le sue sintassi standardizzate e ben formate attraverso le quali si costruiscono i nessi narrativi tra gli oggetti (paesaggi, case e animali) e i soggetti, come le persone e i loro stati emotivi. La terza luna è Maša che insiste a vestirsi di nero perché rappresenta iconicamente il lutto per la sua vita infelice.

Innamorata non corrisposta del giovane Treplev, Maša è la figlia di Šamraev amministratore-tiranno che fa il bello e il cattivo tempo nella fattoria di proprietà di Sorin, fratello di Arkadina e zio di Treplev al quale fa da padre putativo e da mecenate squattrinato. E lei si sente di appartenere a un altro mondo del passato lontano trascinando la propria vita “come uno strascico senza fine”, con nessuna voglia di vivere. Invece vivrà, costruendo attorno a sé una vita apparente, distante da quel sole nero di Konstatin, con un marito asservito e scolorito dal disprezzo di sua moglie. Per Maša “L’amore disperato esiste solo nei romanzi. Scempiaggini. Basta non indulgere in se stessi e non stare sempre ad aspettare, aspettare che l’erba cresca... Se l’amore si è insinuato nel cuore, bisogna scacciarlo”. Per Cechov, come per Sepe, tutto danza: il dramma; il piacere; la gelosia; il tradimento; la decadenza; il genio e la mediocrità, con gli attori che si prendono per mano ed eseguono coreografie collettive, di coppia e individuali che imitano e inseguono gli intrecci amorosi della vita vissuta.