All’India “Gli onesti della banda”

Esistono i malfattori onesti? Nella finzione come nella vita certamente sì: una sorta di centauro con il corpo metà umano e metà animale. Tutto sta a valutare i pesi relativi dell’uno e dell’altro assegnando la giusta porzione di spazio mentale alle due tipologie, le cui frontiere però sono perennemente variabili e incerte come una sorta di indecifrabile Yin e Yang. Il prototipo italiano di celluloide di questa problematica figura retorica, ossimoro e realtà al tempo stesso, risale addirittura al 1956 con la formidabile coppia Totò-Peppino che recita nel film “La banda degli onesti”, per la regia di Camillo Mastrocinque, autori Age & Scarpelli. Una sua libera rivisitazione dal titolo “Gli onesti della banda” viene oggi presentata dalla compagnia napoletana Nest al Teatro India di Roma fino al 10 febbraio. L’inversione del soggetto nella titolazione rispetto al precedente classico non è di poco conto: qui, due poveri tipi, un portiere disperato di condominio e un tipografo sull’orlo del fallimento incastrati dal crimine organizzato si sfilano all’ultimo momento denunciando a Michele, il fratello finanziere di uno di loro, la fabbricazione di monete false da 10 euro.

Lì, invece, sono i due protagonisti Totò e Peppino i padroni della situazione che fanno e disfano a loro piacimento un destino improbabile di falsari onesti. Mentre nel secondo il portiere e il tipografo restano onesti sfilandosi da una banda di malfattori di professione. I Nest sanno ricreare la magia dello spettacolo popolare con le loro figure stereotipate e universalmente note del guappo di isolato (l’esattore bassissimo, ma determinato e violento, che incute terrore perché passa a riscuotere dalle sue vittime a nome del clan che la fa sempre pagare cara ai debitori insolventi), del piccolo boss mafioso e usuraio (il ragionier Casoria, interpretato dal bravo Francesco Di Leva), amministratore di condominio, che utilizza quell’attività legale per coprire i suoi loschi traffici a nome del clan cui fa riferimento. Quindi, il ragioniere è il classico personaggio forte e spietato con i più deboli, che vessa la povera donna delle pulizie in arretrato di ben sette mesi sul proprio stipendio, o ricatta i due amici fraterni Tonino il portiere (Adriano Pantaleo) e Peppino il tipografo (Giuseppe Gaudino) perché accettino di diventare falsari per suo conto, non disdegnando di fare spericolati e invadenti apprezzamenti su Angela, la bellissima moglie di Peppino, mito del quartiere e delle voglie primitive dei maschi del rione per quel suo modo provocante di ancheggiare.

L’intreccio-equivoco ruota sui personaggi della sorella di Peppino, Giulia, promessa sposa al finanziare Michele, fratello di Tonino, che torna a Napoli con una promozione e l’incarico di indagare su di una banda di falsari che fabbricano monete contraffatte, guarda caso, da 10 euro. Angela e Giulia da napoletane veraci sono finte aggressive che utilizzano marito e fratello rispettivamente per liberarsi delle loro angosce esistenziali di una vita stentata: quella del piccolo artigiano-imprenditore che diventa vittima usurata per poter mantenere in piedi l’attività ereditata da suo padre; mentre il secondo laureato in filosofia e aspirante scrittore vede minacciata la sua sopravvivenza dagli interessi del condominio, che vuole vendere l’immobile della portineria per pagarsi il restauro della facciata del palazzo. Tonino ha il diritto di prelazione, ma deve trovare i settantamila euro necessari all’acquisto. Peppino è sopraffatto dai debiti e ne fa sempre di nuovi, sbagliando per incuria e angoscia anche le cose più semplici del suo mestiere. Il tutto avviene nello scorrere tumultuoso della gestualità e dei caratteri tipici napoletani, ravvivati dai colori morbidi di una gioventù che cerca la sua sopravvivenza in un mondo di rapaci e parassiti, ironizzando su se stessa e sull’universo mondo attraverso mille gag e intelligenti equivoci lessicali.