Nina Berberova non fa che riassumere, abbandonandosi raramente all’ironia (Il caso Kravčenko, Guanda, 2018). Ciononostante, o forse proprio per questo, si svela cristallina, limpida la penosità delle deposizioni dei testimoni, volte a negare l’esistenza dei gulag in Urss, nel processo per diffamazione intentato nel 1949 dall’ingegnere ucraino Viktor Kravčenko contro «Les Lettres françaises». Il settimanale comunista francese, infatti, aveva accusato Kravčenko di tradimento e di non essere l’autore di Ho scelto la libertà, uscito in America nel febbraio 1946 e da subito best-seller internazionale. Nella biografia, l’autore aveva ripercorso la sua progressiva crisi morale di fronte alla degenerazione violenta e burocratica del regime sovietico, degenerazione che lo aveva portato nell’aprile 1944 a chiedere asilo politico negli Stati Uniti.

Alcuni di quei testimoni avrebbero peraltro avuto una crisi di resipiscenza. L’allora deputato comunista Roger Garaudy, per anni tra i filosofi più ascoltati del Partito comunista francese, direttore del Centro marxista di studi e ricerche, nel giugno del 1970 sarebbe stato espulso dal partito in quanto deviazionista di destra a causa delle sue critiche al socialismo reale e alla repressione sovietica della Primavera di Praga, per poi abbracciare il negazionismo in tema di Shoah.

Nell’udienza del processo del 22 febbraio 1949, però, Garaudy fu tra i più solerti nell’indicare presunte menzogne, incoerenze, contraddizioni contenute nel diario di Kravčenko. L’obiettivo: la delegittimazione, il discredito, il dileggio del nemico del popolo: «dopo ogni purga Kravčenko passava di promozione in promozione, al punto che se ce ne fosse stata ancora una si sarebbe ritrovato ministro».

Ma in quello che fu definito il processo del secolo e che avrebbe visto la presenza nel pubblico di personalità come Jean-Paul Sartre, Arthur Koestler e Simone de Beauvoir, troviamo altri personaggi che avrebbero disegnato la loro personale parabola dal comunismo all’anticomunismo. È il caso, ed esempio, del corrispondente francese dell’«Unità», Luigi Cavallo. Già partigiano comunista, Cavallo, dopo la rottura con il Pci, avrebbe negli anni Cinquanta svolto attività politica nel segno dell’anticomunismo insieme a Edgardo Sogno. Anche nelle sue corrispondenze parigine, l’arma preferita era la demolizione della reputazione di Kravčenko.

Pedina dello «spionaggio» occidentale, «agente dell’imperialismo americano», «fantoccio nelle mani dei gruppi reazionari americani», traditore «dei combattenti contro il nazismo», l’ex ufficiale dell’Armata Rossa, scriveva Cavallo, per tutto il processo si era abbandonato a «urla isteriche» e «atteggiamenti scomposti». Le «incongruenze» del libro, «misto di antisovietismo e di pornografia», avevano poi rivelato la «piramidale ignoranza dell’autore».

La delegittimazione nei pezzi di Cavallo non poteva ovviamente non essere indirizzata anche nei confronti dei testimoni citati da Kravčenko, squalificati come «russi racimolati dagli americani […]. Tutti sono ucraini, ex kulaki cioè grossi proprietari agricoli: non hanno perdonato alla rivoluzione d’Ottobre di avere distribuito le terre ai contadini, di aver meccanizzato e socializzato l’agricoltura. Sono i relitti della società zarista che avevano sperato dalla Wehrmacht il ritorno al passato e oggi lo sperano dalla bomba atomica». Quei relitti «hanno tutti collaborato con i tedeschi. Nessuno venne deportato o rinchiuso in campi di concentramento: tutti seguirono le truppe naziste, abbandonarono i loro villaggi e i loro paesi alla vigilia della liberazione da parte dell’Armata Rossa».

Se questa era la verità storica, allora la sentenza di condanna emessa nell’aprile del 1949 nei confronti di redattori e giornalisti delle «Lettres françaises» non poteva che rappresentare «un piccolo monumento di ipocrisia e di parzialità» e assai «grave» era il fatto «che uno dei più grandi settimanali europei al quale collaborano le più grandi firme della cultura occidentale» fosse stato abbandonato «alla mercé del primo provocatore di oltre atlantico».

In occasione, poi, della sentenza d’appello del febbraio 1950 che confermava la condanna a risarcire Kravčenko, un pezzo non firmato, apparso sempre sul quotidiano comunista, prendeva a pretesto l’ammontare simbolico dei danni da liquidare per affermare che per il «famigerato autore» il «clamoroso processo contro Les Lettres françaises» si era concluso con un «fiasco» e che il «furbo traditore» ne era uscito «in malo modo», «dal dibattito praticamente sconfitto».