Se la strada potesse parlare

venerdì 18 gennaio 2019


Il perimetro dell’Apartheid? L’universo-mondo. Un mix travolgente, cangiante e mai uguale di spazi emotivi densi tra conflitto psichico interno e quello esterno.  Il primo ci appare quando siamo costretti a scegliere tra due o più alternative spiacevoli, di cui un esempio estremo è il seguente: meglio rubare (dovendo poi sopportare i rimorsi e il rischio di essere sorpresi e puniti), o patire la fame?  Il conflitto esterno è la situazione in cui si scontrano le volontà inconciliabili di individui, gruppi, istituzioni o nazioni diverse. Ciò accade quando due (o più) parti hanno obiettivi, bisogni, desideri o punti di vista diversi su una questione di convivenza civile e ognuna vuole imporre all’altra senza fare concessioni il proprio sistema socio-culturale, trovandosi così in aperta opposizione fra loro. Quando nessuna delle due intende fare un passo in direzione di una mediazione, ci può essere un ricorso sempre più frequente a mezzi di coercizione (come attacchi, ricatti, minacce e ritorsioni) sempre più offensivi. Il conflitto può cessare quando emerge un vincitore o quando le due parti sono più disponibili a fare delle concessioni reciproche alla ricerca di un compromesso.

Nel film “Se la strada potesse parlare” (“If Beale Street Could Talk”), tratto dall’omonimo romanzo di James Baldwin, per la regia di Barry Jenkins e l’interpretazione di Regina King, Kiki Layne e Stephan James, il mostro della “Separatezza” agisce sia dentro famiglie diverse della comunità afroasiatica americana, sia nel mondo esterno che divide i bianchi dai neri, in cui i primi dispongono di un potere che sfugge alla comprensione dei secondi in quanto armati “pacificamente” dei loro giudici, poliziotti, secondini, prigioni e tribunali, dove anche alla fine degli anni Settanta del secolo scorso la verità si piega volentieri ai pregiudizi razziali e alle tesi preconfezionate. Uno stupro conclamato diviene un atto d’accusa reale per chi come il protagonista Fonny è stato riconosciuto colpevole dalla vittima dopo un confronto all’americana, malgrado che l’aggressione sia avvenuta al buio e l’accusato abbia più di un testimone a favore: la sua giovane fidanzata incinta Tish e il suo miglior amico, anch’esso pregiudicato, per cui né l’una né l’altra sono ritenuti attendibili! Il dramma nel dramma è il conflitto che oppone tre figure femminili (la madre di Tish e due figlie) ad altre tre rispettivamente sorelle e madre di Fonny.

Quest’ultima portavoce di una matrice integralista metodista per cui si prega per la redenzione del proprio figlio ma si maledice il bambino non ancora nato. Tre realtà femminili pieni di amore e di coraggio, opposte ad altrettante figure bigotte, spaventate dalla vita e blindate a loro volta nei pregiudizi fideistici contro i peccatori della loro stessa razza. Diversamente dai rispettivi padri che come Fonny resistono, si spezzano la schiena per trovare i soldi necessari a pagare gli avvocati e gli investigatori privati, affinché rintraccino la vittima dello stupro, una cittadina sudamericana, convincendola a ritrattare. E qui, ancora una volta, assistiamo a un confronto drammatico tra donne: la madre disperata di Tish che si scontra con la reazione emotiva e squilibrata della vittima in cui l’isteria astiosa prevale sui gesti d’amore e sulla richiesta d’aiuto. Struggenti, densi di atmosfere intime, calde e sempre sensuali le scene d’amore tra i due fidanzati, per i quali la cortina di vetro del parlatorio del carcere è sempre del tutto trasparente, trapassata dai loro sguardi e dalle parole semplici e dolcissime scambiate attraverso un microfono. Chi vincerà tra il sistema che conosce solo la sua verità e l’amore purissimo di due ragazzi innocenti?


di Maurizio Bonanni