Il Don Giovanni di Binasco

Dove risiede il Logos divino? Nel Convitato di Pietra duro come il marmo e assordante come il tuono della Tempesta. Ma quella visione orrifica, in definitiva, raggelante e mortifera come la testa di Medusa, rappresenta soltanto lo stato interiore di un’anima tormentata. Nel Don Giovanni di Molière, messo in scena al Teatro Argentina da Valerio Binasco, in cartellone fino al 20 gennaio, queste angosce esistenziali sono ben custodite nel sottobosco secco e umido del disprezzo ostentato dal tragico protagonista nei confronti dei deboli. Così muovendosi all’interno di dialoghi colti, miscelati di espressioni volgari e scurrili, la regia mette in risalto la volontà perversa del suo particolare Don, che umilia il resto del mondo con il suo cinismo irridente disseminato a giro d’orizzonte da chi non sa che cosa sia il sorriso interiore della felicità. E che, anzi, quando incontra persone felici si comporta come un aspide il cui morso affonda nel Tallone di Achille della vanità e dell’ingenuità perennemente coniugata al femminile. Unico argomento vitale: un istinto sessuale compulsivo che frantuma come una macina di pietra il germe delle illusioni amorose, che abitano i cuori romantici delle sue vittime di varie età e condizione sociale.

Fino ad arrivare oltre le soglie del convento, per corrompere una giovane sposa del Signore in cambio dell’ennesima promessa mancata di matrimonio riparatore. Ma poiché c’è sempre un ultimo atto alla fine di una vita dissoluta, sarà proprio il volto disperato della giovane novizia il traguardo dello Scellerato nella sua corsa scomposta verso il Nulla nietzschiano. Il Don Giovanni di Binasco non assomiglia al bel tenebroso smagrito dal suo vizio insolente che si consuma e brucia la propria e altrui vita come farebbe un Casanova depravato. Piuttosto, la costruzione ammodernata dell’opera di Molière ci presenta un Don molto “on-the-road”, un armadio d’uomo (Gianluca Gobbi) manesco e violento, che si muove come una frusta ammaestrata nel circuito sadomaso paraistituzionale padrone-servo, abbigliato come un qualunque ryder da Harley Davidson che indossa un enorme giaccone di pelle sul cui dorso spicca l’incisione del Grande Drago. Quello che sputa fuoco e divora fanciulle in fiore, per capirci: esattamente come fa il nostro eroe in negativo. Don Giovanni questionando da pari con il suo domestico dichiara al mondo la sua visione libertina priva del timor di Dio: la monogamia è un peccato mortale, perché si nega a molte altre donne l’amore di uno stesso uomo.

Lo Sganarello (Sergio Romano) servile è la coscienza occlusa e preclusa del suo dominus. Ed è sempre lui a surrogare il lobo destro sclerato del suo Don grazie alla più cieca sudditanza e minorità castale che gli è utile per ricoprirsi di servo encomio, alternando generosamente colorite espressioni e movenze da guitto a discorsi sottili da inclita, la sola, ambigua e schizoide risorsa di colui che dice la verità rinnegandola, non arrivando mai però alle vette espressive del Fool shakespeariano di Re Lear. Pertanto, per il compulsivo eccellente la violazione dei comandamenti è un obbligo… morale. Invertire, quindi, il rispetto dovuto al padre e alla madre. Rubare e violare la donna d’altri. Persino quella di colui che ti appena salvato la vita in mare. Massimo sacrilegio per un’epopea cavalleresca, radicale quanto ipocrita. Sfidare, quindi, la lama del destino, sempre pronta all’ultimo tocco per mano di un marito, di un fidanzato tradito o di un fratello che intende vendicare l’offesa all’onore e al buon nome della sua famiglia. Ma, insomma: chi rimane a fianco di un uomo tanto indegno? Sganarello, la sua parte masochista e incoscientemente affettiva, che gli sopravvive come una buona, ma assai incerta Coscienza.