Micheli è “Un uomo solo in fila”

Da soli contro il Drago. Un animale mitologico particolare, però: la Burocrazia. Dalle sue fauci non esce fuoco ma carta. Un tiranno senza volto ma con mille anime nere. Una di queste che fagocita intere vite in estenuanti e interminabili code è, guarda caso, Equitalia.

“Un uomo solo in fila”, attualmente in scena fino al 18 novembre al Teatro della Cometa di Roma, con mattatore e attore-chansonnier Maurizio Micheli accompagnato da un perfetto aspirante burocrate alla pianola, è ambientato in questo terribile deserto dei passi perduti, casa astratta di un Godot eternamente camminante e inafferrabile. Così, la scena vede addossate alle pareti sedie desolatamente vuote sormontate da un cartello taroccato “Date e (non) vi sarà dato” (detto sacrosanto per uno Stato grassatore), che ogni tanto dimostrano di avere un’anima parlante. Come quella di un povero questuante con numero d’ordine oltre ventimila, in rassegnata attesa da almeno un lustro il quale, miracolosamente, viene finalmente chiamato per venire poi spietatamente fucilato da un plotone di SS redivive che, giustamente, lo giustiziano per essere stato così stupido da rimanere tanto a lungo in attesa del Drago, come i bambini con le favole. Micheli non disdegna, cambiando di continuo cappello, di immergersi voluttuosamente con una voce canora ben educata nei mille paradossi della vita moderna.

Come il criminale disboscamento delle foreste amazzoniche, di cui ogni giorno va via per sempre un’area pari all’estensione in chilometri quadrati della Lombardia: per farne che cosa poi? Ma per sostenere il commercio mondiale di legname da parte di Ikea che fa tutto per se obbligando il povero consumatore a rischiare falangi e crisi inesauribili di nervi per montarsi da solo i kit preconfezionati. Oppure, quella parodia del povero invidioso che passeggia con la famiglia sulla banchina di un porticciolo turistico di lusso, guardando i ricchi consumare in rigoroso silenzio fiumi di champagne, facendo all’amore senza alcun rumore proprio come la loro servitù filippina. Mentre il povero, lui, è costretto ad affittare una squallida camera per tutta la famiglia in un alberghetto turistico a due stelle, pranzando con pasta scotta e gamberoni alla panna di incerta primogenitura per consolarsi poi a letto con fugaci passaggi televisivi sui siti osé, essendo vivamente sconsigliato farsi trovare nudi dallo stormo di zanzare che, quelle sì, non costano nulla e abbondano generosamente in presenza. Così, per consolarsi, i due sul palcoscenico si danno man forte nell’intonare note canzonette rincorrendosi in parodie esilaranti per lenire il male comune di vivere.

Pasquale, l’uomo solo in fila, come tutti noi si interroga sulla sua stessa presenza in un luogo senza memoria dove si è solo un numeretto provvisorio preso non si sa bene per che cosa, forse per chiarire da suddito una questione di lana caprina burocratica. Il fulcro del ragionamento è l’assenza di senso e di pensieri collettivi smarriti per sempre rispetto a quando ci si sentiva tutti per uno e uno per tutti. Così viene fuori l’esilarante scenetta di una sezione emiliana (già da allora abbastanza spopolata, con tre soli iscritti) del Pci d’antan che pretende, addirittura, di dare una sonora lezione a Breznev scrivendogli una lettera strampalata affinché ritiri dall’Afghanistan le truppe sovietiche di invasione. Per mettere un po’ di salsa piccante sul tutto si infila una divertente storia del triangolo amoroso di uno dei tre compagni convenuti, perché intanto anche uno come l’allora Segretario del Pcus era noto trovarsi in una condizione familiare identica. Insomma, essere “becco” o fare qualcuno “becco” è un po’ il gossip dei poveri cristi che giocano sempre in rimessa la storia della propria vita.