Luca Barbareschi è Cyrano de Bergerac al Teatro Eliseo

Un’opera monumentale. Quella del “Cyrano de Bergerac”, commedia di Edmond Rostand segmentata in cinque atti e rappresentata per la prima volta nel 1897, e quella attuale di Luca Barbareschi in scena al Teatro Eliseo fino al 25 novembre.

Grazie a un impianto scenico possente che utilizza tutto lo spazio verticale disponibile attraverso immense quinte decorate con quadri di varie dimensioni e orientamento, la scenografia appare fin dall’alzata del sipario la coprotagonista dell’intera rappresentazione, con le sue scale e balaustre scure di legno massello e con le raffinate falegnamerie che, con i loro volumi mobili, edificano di volta in volta teatri, taverne, case nobiliari e campi di battaglia. Affidato alla regia colta e raffinata di Nicoletta Robello Bracciforti e all’entusiasmo dei suoi allievi del corso di Recitazione della Scuola d’Arte Cinematografica Gian Maria Volonté, lo spettacolo ha un eccezionale respiro corale in cui il più famoso naso della storia guascona è la “mano” che muove i mille fili del telaio, per un disegno che è identico agli accadimenti della vita stessa con così tanti rossi, gialli, rosa e viola e una passione sconfinata per l’arte oratoria e la prosa d’amore. La parola musicale, cioè, che sazia il digiuno e procura la grazia a chi sa ascoltarla.

Ma il Verso poetico è anche una lama a doppio taglio in grado di ferire chi lo pronuncia senza averlo concepito: la poesia in rima è come una sorgente alla ricerca del suo rabdomante affinché con il suo sterpo fori la terra e liberi la risorsa nascosta nelle sue viscere che disseta senza bere e infiamma senza bruciare. L’Onore è la dea asessuata che spinge il guascone a sfidare il padrone della Luna affinché la lasci atterrare nel pozzo dei desideri, per offrirla in tutto lo splendore alla sua bella, mentre il fioretto sempre inquieto e ansioso di duelli vittoriosi non trova pace nel fodero e infilza lungo la sua anima di metallo i cappelli degli sconfitti, per gettarli ai piedi del loro nobile mandante. L’Amore è invece il dio capriccioso e possente che falsifica la vista dell’amata lasciandola all’inganno delle apparenze, per poi scoprirsi magnificamente nell’epilogo di un eroe che muore per mano di un sicario che agisce nell’ombra, senza alcun requisito d’onore. L’Amicizia, invece, è il terzo nume dell’olimpo dei valori di cui Rostand permea l’intera rappresentazione: quella dell’oste dai mille mestieri e poeta innanzitutto che per un verso giusto dona l’anima e la bottega, sfamando cantori ubriachi e soldati sfiniti dal digiuno. Oppure quella dell’amico impresario che si dispera per lo spreco immenso di talenti di un Cyrano virtuoso fino all’eccesso.

Cyrano-Barbareschi è l’aracnide al centro di una tela immensa che prende in trappola cori, personaggi ed ensemble saturando l’intero spazio scenico con la sua energia, che si addensa in una recitazione ritmata dai tamburi di guerra di un “Io” in eterno conflitto con se stesso e con il mondo circostante. Perché De Bergerac è il ventriloquo del suo personaggio e come tale ne diviene vittima e carnefice: colui cioè che non sa attendere i tempi giusti affinché le sue intense rime d’amore scolorino il suo volto sgradevole, lasciando agli occhi dell’amata solo l’impronta dell’immensa bellezza interiore dell’anima che le pronuncia. Così, come in un teatro di burattini, la mano geniale di Cyrano sostiene il pupazzo di Cristiano che si affaccia nel proscenio dell’amore per Rossana portando un inganno inconsapevole, perché poi il femmineo è un raffinato sensore per il riconoscimento dell’intelligenza emotiva, che sa fare a meno del bell’aspetto innamorandosi perdutamente dei contenuti romantici della vita e dei viventi che li sanno esprimere. Cyrano-Barbareschi è la corda tesa di un equilibrista tra due altissime pareti di ghiaccio dove non c’è approdo dopo l’immensa fatica: la vita, in fondo, è solo un attimo e uno spettacolo di tre ore può ben ridursi a un solo momento.

(*) Foto di Bepi Caroli