Un ingegnere che divenne economista. Un’economista che comprese che le funzioni matematiche, da sole, non possono descrivere ciò che vi è dentro l’animo umano. E dunque abbracciò, nell’ambito della sua ricerca, una scienza più vicina all’interesse pratico, la sociologia - che Benedetto Croce, peraltro, definì come scienza inferma, incapace di produrre un sapere sistematico e concettuale. Il cammino di uno spirito che ha dato tanto alla cultura italiana e internazionale. Stiamo parlando di Vilfredo Pareto, ovviamente. Un saggio ne ha riproposto i percorsi del pensiero, la figura, gli scritti e la già accennata polemica con Croce.

L’ottimo “Élites e partecipazione politica” (Carocci, 2016), di Ilaria Riccioni, è stato presentato nei giorni scorsi a Roma, presso la Biblioteca di storia moderna e contemporanea; ne hanno parlato Franco Ferrarotti, decano della sociologia italiana, i sociologi Maria Cristina Marchetti e Roberto Cipriani, insieme a Fabrizio Federici che ha moderato l’incontro.

Vilfredo Pareto è stato definito da Ferrarotti come un “classico della sociologia”, se consideriamo classico un autore che, in virtù di uno stile personale irripetibile, riesce a dare “una rappresentazione nei minimi particolari del proprio tempo, per poi anche trascenderlo”.

Di nobile famiglia genovese, spirito enciclopedico (citava i testi classici a memoria), Pareto formò, insieme a Gaetano Mosca e Roberto Michels, la cosiddetta scuola elitista italiana, che tanta influenza ebbe sulla cultura novecentesca (a cominciare dalla nota teoria delle élite minoritarie di Mosca e di Pareto, appunto, che prendono di volta in volta il potere, sottomettendo di fatto la maggioranza).

Una delle tesi più importanti di Pareto è che il comportamento umano non si esprime in una formula, ma è imprevedibile, possiede un’a-logicità intrinseca che supera molto spesso i piani razionali precostituiti. Ma ciò non porta a una lacerazione del tessuto sociale, affatto: Pareto si rifà alla fisica e estende il concetto di equilibrio omeostatico al campo sociale (equilibrio omeostatico si da nel considerare le condizioni iniziali e finali tornare sempre all’equilibrio). Una sorta di eterno ritorno dell’uguale nell’ambito sociale, o anche la riproposizione dei corsi e ricorsi storici di Giambattista Vico, se vogliamo.

Il saggio di Ilaria Riccioni ha il merito di ripercorrere lo spirito di un tempo in cui notevoli sforzi furono profusi alla comprensione della mente umana, nella sua totalità. Non a caso Pareto, come sottolineato nell’apprezzato intervento della Marchetti, ha evidenziato più di Max Weber l’importanza delle scelte irrazionali. Forse perché la vita è un “perpetuo divenire “ - così scrisse, nel 1916, Pareto in una lettera a Sigismund Krausz per spiegare la scelta della sociologia. E allora ciò dovrebbe farci ricordate che la scienza non deve cristallizzarsi in un dogmatico schematismo, apriositico, ma seguire la via della ricerca, scoprendo le divergenze latenti nella vita sociale e aprendosi alla scoperta di ciò che non può essere previsto, soltanto, come mera anticipazione matematica.