“Non ci sono fatti, solo interpretazioni” scriveva Friedrich Nietzsche alla fine dell’Ottocento. Si potrebbe dire, certamente semplificando, che la post-modernità sia figlia di questa affermazione. Il post-moderno ha posto fine alle grandi (meta)narrazioni del passato, messo in discussione lo spirito tecnologico che tutto calcola (perfino la psiche umana), criticando il fondamento stesso del pensiero cartesiano moderno: l’io come centro indubitabile del cogito (ergo sum).

Eppure oggi, dopo la “fine della modernità”, nell’eterno e incessante rinnovamento del pensiero, anche la post-modernità viene messa in discussione. Nel suo ultimo libro, “Postverità e altri enigmi” (Il Mulino, 2017), Maurizio Ferraris parla di postverità, una nuova Era del pensiero scaturita dalla post-modernità ma che implica, grazie all’onnipervasività dei mezzi di comunicazione elettronici, qualcosa di nuovo: tutto quello che viene postato su un social è vero solo per il fatto di essere stato condiviso. Nell’Era “post-truista”, ognuno si è fatto “produttore di verità” a suon a suon di post sui social network.

Mentre il consumatore di massa postmoderno era fondamentalmente passivo, e si abbeverava al multi-verso dell’intrattenimento globale (o pre-globale) di tv, giornali e spettacoli vari, oggi non ci si accontenta più di essere meri spettatori; si vuole essere protagonisti, creando documenti da scambiare per far vedere che si è presenti (in fondo, è l’eterno discorso del riconoscimento hegeliano che muove la scena dell’esistenza e dei vari attori della storia). La postverità è quel fenomeno per cui la verità è diventata opinabile, poiché tutti la possono esprimere, affidandone la fondatezza sul consenso o sui “like” ricevuti. E allora, ancora una volta: “Non ci sono fatti, solo interpretazioni”.

Non esiste più una sola verità – come era peraltro anche per i post-moderni – nel mondo “post-truista” è difficile persino stabilire la verità scientifica, si pensi solo alle diverse posizioni in materia di alimentazione rispetto alle quali, ormai, è difficile raccapezzarsi, tra vegetariani, fruttariani, vegani, fautori di un ritorno alle proteine animali, sostenitori della dieta mediterranea (ma la lista è pressoché interminabile).

Il rischio del mondo “post-truista” è che tutto diventi opinabile, che la verità sia figlia solo della persuasività, o del seguito di chi, quella verità, la afferma. Il clamore della verità che deriva da un istinto in fondo mai sopito: la volontà di potenza. Per Maurizio Ferraris la postverità non è un fenomeno marginale, ma aiuta a “cogliere l’essenza della nostra epoca, proprio come il capitalismo costituì l’essenza dell’Ottocento e del primo Novecento e i media sono stati l’essenza del Novecento maturo”. Un fenomeno che apre la via a una nuova sofistica digitale, che si sviluppa capillarmente attraverso la rete, ma che ci inchioda all’antico paradosso di Protagora secondo il quale “tutti hanno ragione”, ma anche alla sua negazione gorgiana, e nichilistica, secondo cui nessuno ha ragione.

Già l’atteggiamento post-moderno, sulla scia di Nietzsche e Husserl, aveva messo in discussione la verità, perché vedeva in essa un possibile strumento dogmatico di dominio a vantaggio di alcuni, frutto dei risvolti di potere metafisico latenti nella Verità con la V maiuscola. Indubbiamente la verità nel corso dei secoli non è sempre stata quell’elemento di liberazione al servizio dell’uomo e capace di assicurargli condizioni di vita, almeno materialmente parlando, migliori. Vi è stato un abuso della verità, talvolta.

Ma per non rischiare di perdere il valore della verità, e per ricostruire un nuovo rapporto con essa, occorre riaffermare una verità messa al servizio dell’uomo, che non sia strumento di alcuni ma beneficio per tutti. Una verità umana e per l’umanità. Che sia una nuova (o vecchia, a seconda dei punti di vista) maniera di concepire la verità in senso illuministico e kantiano quell’antidoto capace di curare i vari deliri possibili del mondo della postverità?