“The Broken Key”, ovvero la “Chiave spezzata”, del regista Louis Nero, nelle sale dal 16 novembre. Nel cast, Andrea Cocco, Rutger Hauer, Michael Madsen, Geraldine Chaplin, Christopher Lambert, William Baldwin, Diana Dell’Erba. Sostanzialmente, uno smisurato peccato d’orgoglio di una regia narcisistica, densa di contraddizioni formali, dove tutto il segreto si può celare dietro il più insignificante dettaglio. Un viaggio nello spazio-tempo, dalla piramide di Cheope al 2033, fitto di allegorie ed effetti speciali, per inseguire il mito egizio di Horus (che lotta e vince contro il Caos del dio Seth), i cui seguaci del XXI secolo si fanno feroci assassini pur di difenderne il segreto della chiave spezzata. Così, il primo uomo-donna che saprà ricomporla avrà vita e potere eterni sull’ordine delle cose. Il protagonista, il ricercatore egittologo Arthur J. Adams (Andrea Cocco) che ha come padre putativo lo scienziato Moonlight (Rutger Hauer), nella sua adolescenza incontra, in ordine temporale: la morte del padre; una copia integra della Chiave in marmo; la resurrezione dell’Angelo con la testa di Horus, rappresentata da una maschera dotata di un mostruoso naso-becco adunco, immagine del falco, animale sacro con cui nell’antico Egitto si identificava il dio stesso.

Il protagonista, ovvero il “Predestinato”, trema e piange come una donnicciola in occasione di ogni evento traumatico e imprevisto. Lo spirito paterno vivrà come uno “zippo”, accendendosi e spegnendosi nei momenti topici che esigono un atto di fede nel soprannaturale da parte del figlio. Arthur, un po’ un Indiana Jones di serie C, viene aiutato da personaggi famosi reincarnatisi, in cui tutti i profili si inquadrano nell’inquietante dipinto di Bosch dei “Sette peccati capitali” (Ira, Invidia, Avarizia, Gola, Accidia, Lussuria e Superbia) e del Giudizio Universale. Ogni riquadro del medaglione a forma di corona diviene una piccola tela che viene posta come un sudario sul volto della vittima, uccisa da sicari anonimi della Setta di Horus, senza impronte digitali né nome, per mascherare le Sette tra Virtù Teologali (Fede, Speranza e Carità) e Cardinali (Prudenza, Giustizia, Fede e Temperanza) alle quali, in qualche modo, le persone assassinate fanno simbolicamente riferimento. Così, la Superbia della Scienza, che perde il professor Moonlight, risparmierà Adams che abbraccia la virtù teologica della Fede. Mentre al conte lussurioso e alla di lui sorella incestuosa si opporrà la figura verginale (La Speranza) della ragazza di Arthur. E così via.

Poi, la discesa nelle viscere della terra, con caverne ancestrali e budelli da Corte dei Miracoli, per inseguire il segreto, sul modello di Dante e Virgilio (L’Invidia), laddove quest’ultimo però tradisce. Discese e salite vertiginose, come quella sul Monte San Michele per cadere e rinascere. Il film è (inutilmente) denso di salti logici, in cui il senso compiuto si rivela il più feroce nemico della forma adottata. Come pensano produzione e regista a un successo di incassi per compensare gli investimenti? Perché il pubblico dovrebbe tormentarsi per capirti, se non sei Bergman? La location esplora le parti segrete di Torino, che i Savoia hanno costruito rifacendosi al modello egizio della città “magica”, che riproduceva sulla terra la geografia celeste. La disposizione delle piramidi, infatti, seguirebbe la costellazione del Leone, a sua volta guardiano e simbolo del sole nell’antico Egitto. A Torino, il Po, come il Nilo, raffigurerebbe la Via Lattea. Tanta fatica retrospettiva per nulla, si direbbe.

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