L’estate è un periodo di relativa vacanza dai normali impegni e la lettura è una parentesi non solo riposante e utile per ricaricare le batterie, ma anche per riflettere e approfondire. E allora, per i lettori de “l’Opinione”, tre recensioni di libri che, a parer mio, certo meritano.

“La Figlia Femmina” di Anna Giurickovic Dato (Fazi editore)

Quello di Anna Giurickovic Dato è un nome che impareremo presto a ricordare, perché il suo “La Figlia Femmina” è una gran bella pagina di letteratura. L’autrice sembra nata per scrivere e non ha paura di farlo, perché è capace di narrare tutto in maniera incisiva ma lieve, anche gli argomenti più scabrosi, anche le paure più profonde. Nella tecnica narrativa riesce a riprodurre tutte le sfumature pur utilizzando periodi corti (cosa rara) e una cultura ben sedimentata, molto differente dalla semplice erudizione, le consente belle citazioni leggere, mai forzate e, soprattutto, al momento giusto. Questa naturale padronanza del mezzo (bella anche la soluzione della figlia protagonista attraverso l’io narrante della madre) le consente di parlare di tutto anche dei tabù più rimossi, senza esserne coinvolta o scadere nello stile. Questo romanzo, che avrebbe altrimenti tutte le caratteristiche per essere un torbido “noir” (si tratta di una bambina sottoposta alle morbose attenzioni del padre, che, dopo anni, si vendicherà della colpevole disattenzione della madre seducendole il nuovo compagno) diviene così un romanzo analitico, tutto giocato non tanto sui fatti, che difatti vengono solo tratteggiati a partire dalla morte violenta del padre, ma sui “fantasmi” che quei fatti evocano, che è proprio della migliore narrativa psicologica. Il libro, godibilissimo nelle lunghe descrizioni della normalità quotidiana, divisa tra il Marocco e Roma, si lascia leggere facilmente, riuscendo a non urtare, anzi a far riflettere, pur utilizzando evidentemente delle iperboli, sulla enorme responsabilità dell’essere genitori. Si può solo aggiungere che la giovanissima autrice, che alterna con lo scrivere la pratica legale, nello scegliere un simile argomento ha dimostrato un coraggio da leonessa, ma anche, di tutta evidenza, che è un coraggio che si può permettere. Auguri.

“Combattere” di Gianni Oliva (Mondadori)

È la storia dei corpi speciali italiani, dagli arditi e dai Mas della Prima grande guerra, ai paracadutisti della Folgore e agli incursori dello Scirè della seconda, fino ai lagunari, ai carabinieri del Tuscania e al Comsubin, dell’Italia repubblicana di oggi. È la storia del valore militare italiano, spesso dimenticato, che si esprime al meglio nei corpi scelti basati sul valore individuale, più che nelle organizzate battaglie di complesse unità (grandi eccezioni il Piave e Vittorio Veneto) per la nostra storica difficoltà a fare sistema, anche in guerra. È la storia di Alberto Bassi, di Rizzo, D’Annunzio, Luigi Durand de la Penne, Junio Valerio Borghese, Edgardo Sogno ed è anche la storia del concetto di onore, che non ha sempre assunto lo stesso significato nella mutevolezza degli avvenimenti umani, però sempre si è rivelato nel sacrificio. È un libro importante, molto ben scritto e documentato, che riesce a sfatare il mito negativo di un’Italia incapace sul piano militare, cosa non vera, anzi completamente falsa, ma veicolata da una sistematica propaganda antinazionale che, dal secondo dopoguerra per molti decenni, ha funestato il nostro Paese rendendolo più psicologicamente debole di quanto in realtà non fosse. Emblematica, in tal senso, non tanto la scelta di festeggiare il 25 aprile per celebrare la nuova Italia (anche se si poteva scegliere invece il 25 luglio, se non altro opera degli italiani, anziché essenzialmente degli angloamericani) quanto quella di non celebrare più appieno il 4 novembre, come se avessimo perso la Prima guerra mondiale e vinto la Seconda. Come suona lontano e vero il monito di Benedetto Croce: “Noi italiani abbiamo perduto una guerra e l’abbiamo perduta tutti, anche coloro che erano contrari al regime che l’ha dichiarata, anche coloro che furono perseguitati da quel regime, consapevoli, come eravamo tutti, che noi non possiamo mai separarci dai destini della nostra Patria, né dalle sue vittorie, né dalle sue sconfitte”. Ben vengano libri come questo, che, senza alcuna passione di parte, ci ricordano un passato che fu anche glorioso.

“Garibaldi el Libertador” di Federico Guiglia (Edizioni Parco Novegro)

È una boccata d’aria buona. Il leggere queste pagine sui sette anni (1841-1848) spesi da Garibaldi in Uruguay per la libertà di quel Paese e in generale dell’America Latina, ci fa approfondire degli avvenimenti lontani nel tempo e avvenuti in un altro Paese, ma nei quali un Italiano si accorge di sentirsi intimamente coinvolto, dagli  infiniti legami, a partire dalle proiezioni dei suoi figli nel mondo (altro che Ius soli!) che costituiscono la storia di una Nazione. La nostra storia. Il sentimento di Patria, che percorre tutto il libro, è uno dei valori che danno significato alla nostra vita e che, sempre esistente, riappare quando lo si sa evocare, perché lo si prova. Guiglia questo sentimento lo sa evocare perché realmente lo sente. La storia di Garibaldi, di questo incredibile generale condottiero, che del coraggio aveva fatto un’abitudine, balza viva dalle pagine del libro, come la lunga e commovente storia dei monumenti e delle celebrazioni che gli italiani d’America gli hanno dedicato e tutt’ora gli dedicano, celebrando insieme a lui il legame con l’Italia. L’enorme capacità di guida di Garibaldi e non solo come trascinatore, ma anche come tattico e stratega, la sua determinazione in battaglie, terrestri e navali, sempre disperate eppur spesso vittoriose, la sua trasparente rettitudine politica e la sua vita privata impetuosa come l’azione, ci viene restituita dal libro, in maniera puntuale e informata, ma anche sentimentale, mischiandosi ai ricordi personali dell’autore. Il che ne accresce il fascino. È un libro da far leggere ai propri figli. Io l’ho fatto.