“Savoy Spring Jump”,
Roma a ritmo di Swing

di Barbara Alessandrini

21 aprile 2017CULTURA

 

È febbre da Swing e Lindy Hop nella Capitale. Da questa sera (fino a domenica 23 aprile), infatti, un parterre di ballerini internazionali come Skye Humphries, Frida Segerdahl, Ramona Staffeld, Gunhild Carling e Mertcan Mert, affiancati da alcuni talenti musicali italiani tra cui Giorgio Cuscito (sax tenore), l’ambasciatore dello swing a Roma; Bepi D’Amato (clarinetto); Gino Cardamone (chitarra); Giuseppe Talone (contrabbasso) e Alberto Botta (batteria), saranno protagonisti del “Festival Savoy Spring Jump 2017” insieme a chiunque voglia ascoltare musica guardando le performance dei ballerini, o eseguire i passi al ritmo pulsante e seguendo quel particolare tipo di tempo sincopato che caratterizza lo Swing. Unico e straordinario per modalità di costruzione dei passi e delle frasi, ma soprattutto per il dialogo che si instaura tra ballerini, e tra loro e la musica, non a caso suonata esclusivamente dal vivo.

Il Lindy Hop nasce come stile di ballo proprio sulle note dello Swing, spopolando negli anni Venti, Trenta e Quaranta ad Harlem (New York), dove è nato ed è ormai diventato una realtà globale assumendo i connotati di fenomeno sociale. Da decenni, il Lindy Hop è infatti al centro di un grande movimento di rinascita; si è imposto in diversi Paesi europei e finalmente da qualche anno anche in Italia, dove sta uscendo dalla dimensione di fenomeno di nicchia richiamando un numero sempre maggiore di appassionati.

“Al di là di un parallelismo che viene fatto spesso tra la Grande Depressione americana e uno stato generalizzato di crisi socio-economica attuale – spiega Francesca De Vita, architetto e insegnante di Lindy Hop oltre che instancabile organizzatrice dello Spring Jump Festival – credo che il linguaggio dello Swing conservi la memoria e la forza della sua storia; una storia di conquista della libertà, e la capacità di operare sintesi complesse per creare modi nuovi di ‘fare bellezza’. Ritengo che uno dei punti di forza dello Swing, dalle origini fino a oggi, sia il modo di intendere il corpo. La forza propulsiva e travolgente del ritmo swing è nata e cresciuta in un connubio tra musica e danza. L’evoluzione di questo linguaggio tiene con sé e dà voce a un senso di felicità del corpo; è la celebrazione e la condivisione della pura, intensa gioia di essere vivi. Questa energia incontenibile diventa l’essenza della sua forma. Direi che chi sceglie oggi di ballare lo Swing piuttosto che altri balli più popolari sia innamorato di una modalità di espressione che trova il contatto con questa energia un po’ selvaggia che tutti abbiamo”.

Certo che assistere alle acrobazie in levare di alcuni ballerini potrebbe scoraggiare chiunque dall’avvicinarsi a questo magnifico stile, ma la parte acrobatica del Lindy Hop rappresenta soltanto la sommità spettacolare della competenza e dell’abilità esecutiva. I neofiti in poco tempo sono in grado di eseguire i primi semplici passi, padroneggiando le meccaniche e le naturali connessioni del corpo e con il partner, qualità che una volta acquisite mettono in grado di sperimentare ed esaltare la creatività di ciascuno. Già perché “Lindy Hop – spiega ancora Francesca De Vita – significa soprattutto fare spazio a un ventaglio di sentimenti ed emozioni che sperimentiamo con il corpo; e da sempre una categoria dello spirito fondamentale per lo Swing è l’ironia, che ci permette di guardare a noi stessi, agli altri e alla vita con il sorriso sulle labbra”.

Una sorta di grande jam session, insomma, che inizia tra due ballerini e la musica, ma poiché si cambia partner molto spesso, diventa presto una forma di dialogo, ascolto e comunicazione tra persone di ogni età, neofiti e provenienti dalle più disparate esperienze. A chiunque voglia affinare il proprio livello di competenza, destreggiandosi con il triplo step, il bounce, le progressive frasi musicali, la battitura in levare, l’irresistibile fraseggio e il trascinante ritmo sincopato dello swing, le mille variazioni, le improvvisazioni e le figure di questo ballo. Un vero salto nella leggerezza lanciarsi nel mondo del Lindy Hop, che d’altronde prende il nome dalla prima trasvolata atlantica (hop, salto, balzo) compiuta da Charles Lindbergh, detto “Lindy”, nel 1927 da New York a Parigi, agli albori della Harlem Renaissance. Si dice sia poi stato “Shorty” George Snowden, in occasione di una serata di ballo per le celebrazioni della trasvolata di Lindbergh, a battezzare lo stile da lui interpretato in quella circostanza (e già in voga in molte sale di Harlem) con il nome di Lindy Hop.

Ben presto, negli anni di crisi a ridosso della Grande Depressione, il Lindy Hop si trasformò in fenomeno di massa, occasione di integrazione culturale tra bianchi e neri che, a centinaia e senza discriminazione di razza, affollavano le sale da ballo americane dove si erano solite esibirsi le grandi orchestre Swing. Non è forse casuale che proprio nella condizione di crisi economica e di scarsa fiducia in prospettive future in cui da anni versa il nostro Paese, il Lindy Hop si stia affermando anche da noi con sempre maggior successo declinandosi tra l’altro in molti altri stili di ballo collegati però dal comune linguaggio originario della cultura afroamericana e dall’incontro di ritmi molto complessi con la musica bianca operistica, classica e popolare. Una famiglia di balli che, sotto il segno di un forte legame con la musica swing, spazia dal Vaudeville al Rhythm Tap, dal Soft Shoes al Charleston fino al Vernacular Jazz per confluire ad Harlem nel Lindy Hop.

Nel non certo incoraggiante panorama di offerta culturale della Capitale, il “Savoy Spring Jump Festival” è forse una preziosa occasione per imparare la grande lezione dello Swing: il piacere della musica e del ballo con la loro fondamentale forza inclusiva sono capaci di neutralizzare le peggiori spinte divisive. Ma anche per partecipare a workshop di tutti i livelli, oltre che la possibilità (la prima in Italia) di assistere alle esibizioni di alcuni degli appartenenti alla generazione di “lindy hoppers” cresciuta negli ultimi trent’anni. Si tratta di artisti che hanno studiato con i cosiddetti “old timers” come Al Minns, Frankie Manning, Pepsi Bethel, Norma Miller e Sugar Sullivan, chiamati negli anni Ottanta dalla California e dalla Svezia proprio per trasmettere l’insegnamento a quei giovani ballerini un linguaggio espressivo conosciuto solo attraverso qualche filmato o in qualche rara apparizione cinematografica.

Durante il Festival sarà possibile partecipare a dei workshop per ballerini al Loft Barrio Arte (sabato 22 e domenica 23 aprile) e si svolgeranno serate aperte al pubblico con concerti di musica Swing dal vivo e performance degli insegnanti alla discoteca Zanussi (venerdì 21 aprile) e al Loft Barrio Arte (sabato 22 aprile).