Il teatro secondo
Massimiliano Civica

di Federico Raponi

20 aprile 2017CULTURA

 

L’inaspettata importanza dell’incontro tra diversi. Su questo nucleo si sviluppa lo spettacolo “Un quaderno per l’inverno” di Armando Pirozzi, interpretato da Alberto Astorri e Luca Zacchini, che arriva a Roma (Teatro India, fino al 23 aprile) e in estate sarà ai Festival di Spoleto e Castiglioncello. Ne parliamo con il pluripremiato regista, Massimiliano Civica (nella foto), classe 1974.

Ci sintetizza la vicenda al centro della narrazione?

Siamo a casa di un professore di letteratura, che rientrando con la spesa trova ad aspettarlo un ladro armato di coltello. Scopriremo che l’uomo cerca da lui qualcosa di bislacco e inaspettato, e tra i due, pur così diversi, distanti, nascerà un’amicizia. Il titolo riguarda il fatto che ognuno di noi deve avere una serie di ricordi, emozioni, incontri, che lo aiutino ad attraversare l’inverno.

Com’è nata la messinscena?

Io e Armando sono anni che ci conosciamo e lavoriamo insieme. Secondo il nostro “gentlemen’s agreement” quando lui mi dà un testo io non lo tocco, per me è un materiale definitivo. Il più grande lavoro di un regista è la scelta degli attori, credo che sia l’80 per cento di uno spettacolo; io in genere cerco attori-registi che hanno una loro compagnia, perché mi piace molto il confronto, in questo caso con Luca Zacchini de “gli Omìni” e Alberto Astorri della Compagnia Astorri/Tintinelli. Quando hai un grande testo e due bravissimi attori, meno fai e meglio è, e più sei sicuro che lo spettacolo verrà bello. E io ho cercato di intromettermi il meno possibile.

Perché sulla locandina è riportato: “Uno spettacolo di Massimiliano Civica”?

Di uno spettacolo io mi occupo di tutto: dallo spazio scenico alla scelta dei costumi, quindi scrivere così sintetizza tutto questo, senza dover riportare il proprio nome ovunque. Quando lavoravo su commissione, su testi non scelti da me, cosa che ormai non faccio da dieci anni, la formula era: “regìa di”; se invece era un progetto nato da mie esigenze: “spettacolo di”.

Qual è il suo rapporto con gli attori, in che modo lavorate insieme?

Per me gli attori sono il centro del teatro, e devono tornare ad esserlo sempre di più, perché noi esseri umani possiamo empatizzare, provare simpatia e affetto solo per altri esseri umani. Nessuno si emoziona mai per una scelta registica. Cerco sempre una collaborazione che sia un punto d’incontro tra come io vedo il testo e la loro autonomia artistica, quindi in questo caso lo spettacolo lo facciamo veramente in quattro: l’autore del testo, i due attori e io.

Il suo percorso artistico va da Shakespeare e Euripide fino alla drammaturgia contemporanea: come si muove nei diversi ambiti, in che rapporto si trovano il passato con il presente?

Credo che le questioni che ci riguardano profondamente siano immutabili. Ho la certezza che per Dante, Euripide e io o un fruttivendolo siano le stesse, fondamentali: l’amore, l’amicizia, la paura della morte e delle ingiustizie, il dolore; quindi la ricerca è sempre quella di una questione umana aperta e mai risolvibile.

Dato il suo lavorare in ambito nazionale, come vede lo stallo della situazione teatrale romana ed eventuali prospettive di un suo superamento?

Sicuramente è molto confusa, credo ci voglia coraggio da parte degli operatori, dei direttori dei teatri. La crisi non è degli artisti: ci sono Ascanio Celestini, Deflorian/Tagliarini, l’Accademia degli Artefatti, i Muta Imago, i Santa Sangre, Veronica Cruciani, una quantità incredibile di nomi; ma se poi noi artisti dobbiamo preoccuparci e occuparci di politica culturale, dell’organizzazione, di come portare gente a teatro, dovremmo smettere di fare gli artisti. Credo che la crisi sia delle figure di mediazione culturale, che secondo me sono appiattite su un’autopromozione folle, perché ormai è chiaro che la società dello spettacolo sia la politica. Tutti fanno spettacolo, i “talk-show” politici sono ormai un genere drammaturgico, gli interventi dei politici locali e nazionali puntano unicamente all’immagine e una cultura degradata di livello - il vero e proprio “panem et circenses” - è ormai lo strumento che tutti utilizzano per fare politica.

Rispetto alle registrazioni audio/video sul web e in tivù, per lei il fatto teatrale vive del qui e ora, è l’unico ambito in cui deve consumarsi?

Se uno vuol godere del teatro, ci deve andare. Quello trasmesso in “streaming” o ripreso non è teatro. Credo che la grande droga contemporanea sia l’illusione che non ci siano limiti e non esista più la morte. La tecnologia e i “social network” ti dicono in continuazione che “puoi stare ovunque, e non ti perderai mai niente”. Ma purtroppo c’è molto da perdere; dobbiamo fare delle scelte e ogni scelta comporta il rinunciare a qualcosa, che si sia in un certo posto e non in un altro, con certe persone e non con altre, a fare una certa cosa e non un’altra. Questa mania di fare sette cose contemporaneamente, di essere sempre dappertutto, porta al fatto che in realtà non si sia in nessun luogo e non si faccia niente.

Progetti futuri?

Almeno per i prossimi due-tre anni credo che continuerò la collaborazione con Armando, e quindi a lavorare sulla sua drammaturgia.